• Luigi Prosser

Inclusività tra cinema e televisione

Dal 2024 il premio Oscar per il miglior film non andrà a nessuna pellicola che non contempli, davanti e dietro la macchina da presa, la presenza di un certo numero di membri di un gruppo sottorappresentato. Ovviamente l’opinione pubblica si è divisa a questa scelta dell’Academy, con qualcuno che urla alla dittatura del politicamente corretto, e qualcun altro che accoglie con favore questo passo verso una fiction che finalmente rifletta l’eterogeneità della società contemporanea.

In concreto, la famosa statuetta d’oro (solo quella di miglior film) sarà riservata ai lungometraggi che adempiranno a determinate richieste in almeno due categorie delle quattro indicate dall’Academy. La rappresentanza di genere, orientamento sessuale, disabilità e origine dovrà essere quindi garantita – in misure e gradi variabili – per:


A) attori principali e tematiche;

B) direzione creativa e troupe (regia, fotografia, casting, costumi, ecc.);

C) apprendisti e stagisti;

D) comparti distribuzione, pubblicità e marketing.


Stiamo per essere inondati di pellicole a tema LGBTQ+, con attori neri, asiatici o disabili? Non proprio.

I nuovi standard imposti dall’Academy, sono molto meno difficili da rispettare di quanto sembri. Infatti per concorrere all’Oscar potrebbe essere sufficiente avere un ragionevole numero di persone appartenenti alle categorie indicate impiegati come scenografi, costumisti, esperti marketing o stagisti. Possiamo quindi tranquillamente affermare che molti film già corrispondono al profilo senza trattare apertamente le tematiche incriminate. Maliziosamente, verrebbe piuttosto da chiedersi allora se l’inclusività sia cumulabile.


Insomma, lo spauracchio dell'inclusività che avanza non minaccerà il nutrito cinema dai protagonisti maschi, bianchi ed eterosessuale. Ma questo non è mai stato l'obiettivo.


L’obiettivo è piuttosto che di inclusività si parli, che si stimoli il dibattito e che questo arrivi ad abbracciare sempre più categorie fino ad ora escluse dalle narrazioni mainstream. E qualche inversione di rotta già si vede, come nel caso di Bridgerton, serie Netflix che ha spopolato nel 2020. A metà tra Jane Austen e Gossip Girl, la Londra georgiana di Bridgerton non si fa mancare nulla e non solo riunisce personaggi di varia etnia e estrazione sociale, ma assortisce il tutto in combinazioni non proprio convenzionali. Ne è l’esempio perfetto Regé-Jean Page, attore britannico con cittadinanza zimbabwese, che nella serie interpreta il duca di Hastings.


Duchi, conti e persino la Regina interpretati da attori provenienti dai quattro angoli della terra. Domestiche caucasiche al servizio di nobildonne di colore e matrimoni interrazziali. Perché? Perché sì.


Che ne è dell’accuratezza storica, si domandano in molti? Facile, non è necessaria, non in questi casi almeno. Nella stragrande maggioranza dei film e delle serie prodotte oggigiorno, l’intento non è affatto dare una fedele panoramica di un certo periodo storico. Usiamo piuttosto il Vittorianesimo, il Medioevo, l’Antica Grecia o gli anni ’50 per raccontare il nostro di tempo.


Il pubblico ha solo bisogno che l’ambientazione sia familiare e intellegibile, così che non venga sottratto tempo alla storia originale. Il dettaglio storico è secondario, tutt'al più uno stereotipo o una coordinata per contestualizzare una narrazione codificata a partire dalla nostra realtà contemporanea.


Eppure c’è chi, guardando ad esempio la serie BBC Merlin – ormai un po’ datata ma sempre in replica su qualche canale – non riesce proprio ad abbandonarsi alla sospensione dell’incredulità. Non tanto perché il giovane mago parla con un drago la cui computer grafica è invecchiata piuttosto male, ma perché il colore della pelle della regina Ginevra (l’attrice Angel Coulby, figlia di immigrati guyanesi) offende le loro millenarie tradizioni arturiane.


L’incoerenza è però spesso dietro l’angolo, e tra i leoni da tastiera nostrani che si battono contro i casting inclusivi nessuno spende molte parole sul fenomeno del whitewashing. Infatti non dobbiamo scordarci che da decenni il cinema campa con l'assegnazione ad attori caucasici di ruoli da personaggi storicamente appartenenti ad altre etnie. Tutto questo perché più appetibili al grande pubblico.

Balckface è invece il termine usato per indicare il trucco grossolano con cui una persona non di colore si dipinge la faccia di nero a scopo comico o parodistico.

D’altronde ciclicamente il web ci ricorda che alcuni nostri concittadini – e chissà quanti altri al mondo – sono ancora fermamente e anacronisticamente convinti che Gesù di Nazareth fosse ariano e cristiano. In un certo senso è su questa stessa linea che abbiamo avuto: una Scarlett Johansson asiatica (Ghost in the Shell); una Emma Stone hawaiana (Sotto il cielo delle Hawaii); un Johnny Depp nativo americano (The Lone Ranger); e un Ben Affleck messicano (Argo).


Ancora, nella trasposizione del romanzo La casa degli spiriti di Isabel Allende – ambientato in Cile e con dei protagonisti ovviamente latini – i ruoli principali sono affidati ad attori di alto profilo, ma decisamente caucasici: Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close e Winona Ryder. A fare da contrappeso spunta allora l’ispanico Antonio Banderas, che per alcuni anni ha intercettato un notevole numero di ruoli “esotici”.


Gli esempi si sprecano nel caso di alcune figure storiche dal gusto un po’ retrò come Cleopatra. La regina d’Egitto verrà presto interpretata dalla Wonder Woman israeliana Gal Gadot, e già si sono levate le prime polemiche più o meno fondate. Ad ogni modo si può intravvedere un passo in avanti, se consideriamo che a ricoprire questo ruolo durante il secolo scorso erano state chiamate Elizabeth Taylor, Claudette Colbert e Vivien Leigh, tutte figlie della Vecchia Europa. Praticamente quasi a nessuna grande produzione è mai venuto in mente di proporre una Cleopatra di colore, preferendo piuttosto la nostrana Monica Bellucci (Asterix e Obelix: Missione Cleopatra).

Più grande è la resistenza che proviamo, in maniera immotivata, nell’identificarci con un personaggio che diverga per qualche tratto da noi, più forte affermiamo la necessità di avere una maggior diversità nei nostri prodotti culturali. Pensiamo a tutti quei bambini e bambine cresciuti senza vedere mai al cinema o in televisione un eroe che avesse la loro stessa etnia, sessualità o disabilità.


Se non siamo in grado di riconoscere lo spirito di rivalsa di Annalise Keating (Le regole del delitto perfetto), il senso di inadeguatezza di Patrick Murray (Looking) o il desiderio di indipendenza di Sam Gardner (Atypical) come nostri, allora vuol dire che la nostra identità e personale idea del sé sono molto più deboli di quel che crediamo.