• Sabina Villani

Intervista ad Antonella Tiburzi: «una guerra intenzionale in cui c'è una strategia funzionale»

Come l'affermazione di Putin di combattere contro i "neo-nazisti" ucraini distorce la storia.


Parla Antonella Tiburzi della Libera Università di Bolzano, firmataria della Dichiarazione sulla guerra in Ucraina di studiosi di Genocidio, Nazismo e Seconda Guerra Mondiale.


Questa lettera, originariamente pubblicata dal Jewish Journal, è stata firmata e rilanciata da un lungo elenco di oltre 400 studiosi per protestare contro l'uso della narrativa promosso da Putin.


I firmatari condannano "il cinico abuso del termine genocidio da parte del governo russo, della memoria della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto e l’equiparazione dello stato ucraino al regime nazista per giustificare la sua aggressione non provocata".


La dichiarazione ha rapidamente collezionato firmatari in tutto il mondo, tra cui la prof.ssa Antonella Tiburzi della Libera Università di Bolzano. Esperta della storia della Shoah, una delle sue macroaree di ricerca riguarda studi specifici sulle politiche nazifasciste in Europa e in particolare dell'universo concentrazionario nazifascista in Europa.


Estratto della Dichiarazione

Partiamo dall'inizio, da questo documento di cui lei è firmataria. Come l'ha scoperto e qual è la sua importanza?

«L'ho scoperto perché il mio collega Gerald Steinacher me l'ha inviato. Appena scoppiata la guerra ci siamo confrontati sull’uso del linguaggio da parte del presidente russo, che usava più volte la parola 'denazificazione'. Questo ci aveva un po' preoccupato. Sicuramente durante la guerra [l'Ucraina] è stata collaborazionista del nazismo: il fatto che vennero uccisi così tanti ebrei nella Galizia e che ci fosse una forte presenza di nazisti ucraini non ha però niente a che fare con la situazione attuale dell'Ucraina».


Quindi le accuse di Putin hanno un riferimento storico concreto?

«Questo sì, relativo alla Seconda guerra mondiale. In Ucraina si formano le SS Galizien, un gruppo paramilitare nazista formato solo da ucraini. Loro vogliono la liberazione dal comunismo, dunque vedono nei nazisti dei liberatori. Ma qui stiamo parlando della Seconda guerra mondiale, stiamo parlando del periodo massimo della Shoah. A rigor di logica dovremmo pure bombardare l'Italia, che durante la guerra è stata la prima dittatura d'Europa con il fascismo – di cui quest'anno ricorrono tra l'altro i 100 anni. Se fosse davvero questa la logica che lo anima dovremmo bombardare la Germania in primis».


Propaganda della divisione SS Galicia (all MIA July 1944), Public domain, via Wikimedia Commons

«Per questo io ho aderito a questa dichiarazione, condivisa anche poi dall'unione delle comunità ebraiche occidentali e dell'Europa orientale. Infatti non dimentichiamoci che in Ucraina vivono ancora molti ebrei: il presidente Zelensky è ebreo e anche quello che l'aveva preceduto. È vero che c'è stata questa presenza storica, e la comunicazione propagandistica di Putin ha fatto sì che – e questa cosa la trovo tremenda – il mondo occidentale credesse, almeno in parte, al fatto che l'Ucraina fosse veramente da denazificare. Lui usa questi termini non solo superati ma anche particolarmente pericolosi, perché sono fuorvianti per l'Europa occidentale. E ancora oggi usa questa propaganda per giustificare appunto un attacco così feroce, soprattutto contro la popolazione civile».


Parlando di questo attacco il sindaco di Mariupol ha usato il paragone del Babij Jar. Ci può spiegare questo riferimento?

«Sì, esattamente. Anche il presidente Zelensky ha fatto un tweet a riguardo. Babij Jar è il simbolo proprio dello sterminio della Shoah in Ucraina, con 33 mila persone uccise in due giorni, fra il 27-30 settembre 1941. Quando è stato attaccato il suo memoriale, il sindaco di Mariupol ha riportato come un luogo simbolo della resistenza al nazismo fosse stato in parte distrutto. Un attacco veramente nazista e non di denazificazione, come ha detto il presidente Putin.


Con il tweet sono state messe le immagini di com'era prima Babij Jar, di com'era Babij Jar subito dopo lo sterminio, di com'era il monumento, e di com'è adesso. Una sorta di info-grafica su questo luogo che era importantissimo, e che io spero conservi ancora la sua grandissima importanza per la memoria occidentale».


Pensa che il ruolo dei Social Media in questo combattimento sia più informativo dei media ufficiali, più responsabilizzato?

«Ecco, è importante questa domanda. Nel senso che coloro che stanno vivendo la guerra, che stanno proprio sotto le bombe, comunicano forse la verità attraverso quello che vedono e sentono in prima persona. I collegamenti con gli inviati che si trovano sui luoghi di guerra arrivano naturalmente dopo i combattimenti, e da lì c'è un'elaborazione dell'evento. Invece gli ucraini si trovano proprio nel luogo in cui sta accadendo e io trovo che facciano un lavoro straordinario e che debba essere considerato. Ad esempio, il fatto che le persone ci comunichino in diretta quanta migrazione sta superando i confini, che questo esodo ci venga raccontato in primis dalle persone che lo stanno vivendo… Io trovo che sia una fonte primaria molto importante. Trovo anche che i giovani giornalisti che stavano raccontando quello che sarebbe diventata poi questa guerra, anche loro rappresentano forse quella verità che Putin e che i media russi ormai da 22 anni nascondono al mondo orientale e occidentale».


Pensa che il fatto che Putin si sia appropriato di questo linguaggio, di chiamare gli ucraini o i suoi oppositori nazisti, sia un modo di evitare quell'accusa?

«L'accusa di esserlo lui stesso? Beh, lui usa strumenti in realtà molto molto nazisti – nel senso, già cancellare qualsiasi forma di opposizione all'interno del suo governo è uno strumento totalmente fascista. Il fatto che uccida i giornalisti che osano criticare tutta la politica interna ed esterna, questo è uno strumento assolutamente fascista e nazista. E attribuendo un grosso potere ai media, come fanno tutti i dittatori, con un uso propagandistico delle parole... In realtà sì, è vero. Tende a nascondere questa strategia politica che lui usa sia verso l’interno che l’esterno. Tra l'altro bisogna dire che Putin usa molto una comunicazione a volte finta. Registra prima i video, oppure fa dei documenti post-datati in modo da poterli lanciare nel periodo successivo – è una guerra intenzionale in cui c'è una strategia funzionale. E il fatto che lui sia ossessionato dalla Seconda guerra mondiale e quindi poi abbia usato questi termini così tremendi su un Paese che invece... Tra l'altro non c'è soltanto il memoriale di Babij Jar ma ci sono anche altri memoriali che ricordano cosa è stata la Shoah in Ucraina, nella Galizia Ucraina.».


Secondo lei ci sarà un momento in cui Putin non potrà più utilizzare questo linguaggio e questo tipo di propaganda?

«Stiamo parlando di un Paese in cui la democrazia, il concetto di democrazia, cioè liberamente esprimere questa opinione, è stato momentaneamente messo da parte. E la diplomazia occidentale fa molta fatica perché lo temono. Temono che possa usare il suo arsenale nucleare e possa scaricare su quest'altra parte del mondo una terza guerra mondiale. Quando si usa nella comunicazione giornalistica, il timore di una “terza guerra mondiale”, è un’espressione che ci annienta al solo pensiero, e lui spesso e volentieri la usa per far paura al resto del mondo. Pensiamo soltanto che lui ha mandato i suoi soldati a Chernobyl che è ancora un'area altamente infestata dai residui dello scoppio dell'86.

Il mondo occidentale non credo voglia infilarsi in questo possibile conflitto. Accogliamo giustamente tutti i profughi dall'Ucraina però non riusciamo ad entrare in quel territorio per mettere fine alla guerra, né via terra né per via aerea, cosa che invece è stata fatta in tutti gli altri Paesi. Se pensiamo a tutte le guerre in Medio Oriente, in America latina, nella ex Jugoslavia, le forze internazionali sono entrate per mettere fine ai dittatori che ponevano questa guerra tremenda contro il loro Paese e contro gli altri, ma qui è proprio difficile. Quando finirà l'era Putin dipenderà da molte cose. Quando lui non sarà più in grado di dire queste cose significherà che la Russia ha fatto i conti con questo presente, starà facendo i conti con questo presente e non vorrà più un presidente di questa natura. Come e quando non si può sapere purtroppo».


Ha un'ultima osservazione, un qualcosa di importante che vuole aggiungere?

«Sì, posso dire che i giovani che si occupano di comunicazione – sia attraverso un giornale, sia attraverso l'esprimere liberamente la loro opinione sui social media – possono avere un ruolo importantissimo nello smuovere le coscienze nei confronti di un leader così pericoloso per l'Europa. Nel cercare di convincere le persone che questa non era una guerra che doveva accadere e che soprattutto non c'è un'operazione di denazificazione dell'Ucraina. Io sono profondamente europeista, credo profondamente nella cultura dell'Europa, con tutti i difetti naturalmente che ci possono essere in un governo così diverso anche al suo interno, però trovo che sia importantissimo il fatto che i giovani – e anche i meno giovani – abbiano questo ruolo di diffondere la verità su quello che sta veramente accadendo – per lui e anche per gli altri dittatori.

Penso anche alla Bielorussia, anche all'Ungheria, anche a Paesi che minano un po', entrando nell'Europa, anche solo politicamente minano quell'equilibrio così delicato ma da proteggere profondamente in Unione Europea. E qui mi rifaccio ad esempio alle parole del compianto David Sassoli che invece credeva in un'Europa aperta, ma libera da conservatorismi, libera da ogni forma di fascismo e di nazismo, che poi come stiamo vedendo si concentrano poi in vere e proprie operazioni di guerra, dove vengono uccise non soltanto le persone ma anche la comunicazione, e di conseguenza anche la verità».