• Elisa Egidio

Qui non c'è niente da vedere. Il turismo dei colli lunghi colpisce ancora

“Questa sì che è una morte terribile! - disse un tale che passava lì accanto. - Dicono che l’ha spezzato in due.”

Così alcuni passeggeri, nell’episodio più splatter di Anna Karenina, commentavano il cadavere del custode, schiacciato sui binari da un treno che andava in retromarcia.


Allungare il collo. Un vezzo elementare, atavico, alla portata di tutti i curiosi non affetti da cervicale e già familiare a Lev Tolstoj ben prima che contagiasse il Trentino.

Immagine di Pixabay

La frana del ghiacciaio della Marmolada di domenica 3 luglio, che ha provocato un bilancio di 11 vittime, ha attirato sul posto comitive di escursionisti avventurosi. Giovanni Bernard, sindaco di Canazei, ha rivolto loro un appello a non avvicinarsi ai punti di accesso alla montagna, già tutti chiusi.


Calamità naturali, omicidi e altri eventi luttuosi non sono una brutta notizia per i colli lunghi, comparse indesiderate nella vita e sul grande schermo.


In Pretty Woman, film cult del 1990 di Garry Marshall, il cadavere di una prostituta viene circondato da loschi figuri muniti di macchina fotografica. Turisti mimetizzati tra i periti della scientifica.


Avechot, un puntino insignificante sulla cartina geografica, viene preso d’assalto in seguito a un fatto di cronaca in La ragazza nella nebbia, best seller e omonimo film dello scrittore e regista Donato Carrisi.


I primi rubbernecks, o “colli di gomma”, appartengono non a caso ai turisti che nel 1909 si affacciavano dai bus in tour intorno alle maggiori metropoli americane e nelle Chinatowns.


In Seeing New York (1917), John Sloan, pittore statunitense appassionato di soggetti urbani, li ritrae come oche che si protendono convulsamente verso New York.


La contemplazione innocente, talvolta sguaiata, di città e paesaggi si evolverà solo successivamente nella sua versione più macabra.


Non c’è miglior fonte di adrenalina di fumo, morti, feriti e lamiere accartocciate per gli automobilisti imbottigliati nel traffico, indotti come per inerzia a rallentare.


Un fenomeno che diventa dunque noto anche come accident gawking, da gawk, l’atto di osservare qualcosa con espressione incredula, un po’ inebetita.


Il 29% degli incidenti stradali, secondo uno studio condotto sull’autostrada inglese M6, ha causato rallentamenti nelle corsie non coinvolte. Come deterrente, nel Regno Unito sono stati eretti degli schermi intorno ai luoghi degli incidenti.


Un gioco pericoloso che può a sua volta innescare, oltre a un aumento del traffico, un effetto a catena, come dimostra uno studio statunitense del 2003.


Andare avanti e non fermarsi, perché, tanto, non c’è niente da vedere. Questo il monito inascoltato di Laura Lee, autrice di 100 Most dangerous things in everyday life and what you can do about them, un manuale di sopravvivenza alle 100 pratiche più pericolose, rubbernecking compreso.


“Sì, viaggiare

Evitando le buche più dure

Senza per questo cadere nelle tue paure”.


Cantava Battisti nel lontano 1977.

Delle paure il turismo idiota si nutre. Con il rischio di incappare in veri e propri crateri.