• Diego Gasperotti

Sanzioni alla Russia. Cosa sono? Servono? Fanno più male a chi le impone o a chi le subisce?

Aggiornamento: 6 giu

Da quando Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, i Paesi occidentali hanno imposto a Mosca svariate sanzioni economiche, divenute sempre più dure col crescere della violenza degli attacchi russi. L’obiettivo è ridurre progressivamente le risorse a disposizione del Cremlino, così da rendere sempre più difficile la prosecuzione della guerra.

Già a gennaio, in Europa e negli Stati Uniti si discuteva di quale sarebbe potuta e dovuta essere la reazione, in caso di invasione dell’Ucraina. Poi, nonostante i dubbi di molti sulla tenuta del cosiddetto blocco occidentale, con la guerra sono arrivate anche le sanzioni. Ma di cosa si tratta?


In sostanza, del divieto d’accesso a quelle parti dell’economia e della finanza mondiale controllate da chi le impone. Gli USA, soprattutto, si sono serviti ripetutamente di questo strumento, per risolvere alcune controversie non risolvibili per via diplomatica, evitando comunque la guerra. D’altronde, più è grande la forza economica di chi le impone, più temibili sono le sanzioni.


Nel caso della Russia, le sanzioni occidentali hanno riguardato Putin, gli oligarchi a lui più vicini e altre personalità di spicco, alcune grandi banche nazionali e le importazioni di carbone.


Nel complesso queste misure mirano a fiaccare la capacità di resilienza del sistema russo, logorandolo al punto da rendergli sempre più difficile proseguire la guerra. Si ritiene infatti che l’impatto delle sanzioni metterà sempre più pressione su Putin, costringendolo (assieme alla situazione sul campo) a rinunciare alle sue mire espansionistiche.


Gli Stati occidentali (UE, USA e UK su tutti) hanno colpito alcuni uomini del Governo russo (dal Ministro degli Esteri Lavrov a Putin stesso) e in qualche caso i loro famigliari, tutti i membri della Duma (che è la camera bassa russa), funzionari di Stato e militari, oligarchi legati al Cremlino (tra cui Roman Abramovich), imprenditori di spicco e propagandisti ufficiali.


Tutti hanno subito divieti di viaggio, e soprattutto il congelamento dei beni presenti nei Paesi occidentali. Vige inoltre il divieto di dare loro accesso a fondi e attività di qualsiasi tipo. Questi provvedimenti hanno lo scopo di colpire direttamente i responsabili di quanto sta accadendo in Ucraina.


Una delle misure più drastiche riguarda però l’esclusione di svariate banche russe dallo SWIFT. Il Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication è un sistema di messaggistica istantanea (utilizzato in 200 Paesi e da circa 11.000 istituzioni finanziarie), che consente rapide e sicure transazioni internazionali. Si stima che l’espulsione di alcune banche dal sistema comporterà una frenata del PIL russo (-5%).


In aggiunta a questo, sono stati congelati tutti i conti all’estero di alcune banche russe, con i quali non sarà più possibile pagare il debito estero di Mosca. Questo serve anche ad assottigliare le ingenti riserve conservate alla Banca centrale russa, con le quali il Cremlino può ancora finanziare la guerra e provare a gestire in qualche modo i contraccolpi dovuti alle sanzioni.


Indebolire la Banca centrale potrebbe portare a grosse conseguenze. Lì si concentra infatti la cosiddetta “riserva di guerra” di Putin, sostanzialmente sottratta all’economia nazionale per prepararsi a una reazione occidentale in caso di guerra (si stima che la Banca centrale abbia ammassato una cifra corrispondente al 38% del PIL russo).

È stato inoltre approvato il divieto di esportazione di semiconduttori e tecnologia verso la Russia (da quella militare a quella utilizzata per la raffinazione del petrolio). Questo potrebbe rendere molto difficile per Mosca restare al passo del progresso tecnologico occidentale, nel medio/lungo termine.


È stato poi imposto un blocco sulle importazioni di carbone. Ogni anno, la sola Unione Europea versa a Mosca all’incirca 4 miliardi di euro per il carbone. Il 53& del carbone utilizzato oggi in Europa è russo, e allo stesso modo oltre il 50% del carbone esportato da Mosca è diretto in Europa. Questa misura, che nell’UE entrerà in vigore entro tre mesi, non sarà indolore. Priverà certamente la Russia di una buona entrata, ma allo stesso tempo l’energia che sostituirà il carbone russo sarà più costosa per i cittadini europei.


Secondo lo stesso Ministro delle Finanze russo (poi smentito dal Governo) il PIL russo, già a partire da quest’anno, per effetto delle sanzioni subirà un calo tra l’8 e il 12%, con un tasso di inflazione che si attesterà attorno al 20% circa (più del triplo rispetto al 2021). Per usare un termine di paragone, durante la crisi finanziaria globale del 2008 il PIL russo era sceso del 7,8%.


Non per niente già ad aprile la governatrice della Banca centrale russa aveva dichiarato che, dopo un iniziale contraccolpo quasi esclusivamente finanziario, le sanzioni occidentali avrebbero cominciato a colpire seriamente l’economia russa.


Di contro, il tasso di inflazione in Unione Europea dovrebbe attestarsi per quest’anno intorno al 5,3% (rispetto al 2,6% del 2021). Il PIL europeo certamente si contrae, ma non crolla (da una crescita prevista del 4% a una del 2,7%). Il PIL italiano sembra ridurre la sua crescita in linea con la media UE. Tutto questo mentre, a causa della guerra, si prevede un tracollo del PIL dell’Ucraina (-45%).


È certo però che gli effetti più duri sull’economia russa avranno bisogno di tempo per manifestarsi. E chi si aspettava un rapido crollo (per certi versi quasi annunciato dalla provvisoria caduta del rublo) dovrà armarsi di maggiore pazienza.

Le misure che potrebbero colpire rapidamente Mosca sono quelle che però farebbero più male agli stessi stati occidentali, soprattutto europei. Si tratta del blocco delle importazioni di gas e petrolio, sulle quali il Cremlino ha basato la gran parte del suo commercio estero.


Secondo un’analisi di Politico, una misura simile porterebbe a un vero e proprio tracollo del PIL russo (-40%), colpendo l’economia europea in maniera decisamente inferiore. In sostanza, mentre la Russia andrebbe verso una grossa crisi economica, gli Stati europei dovrebbero rinunciare a un anno di crescita (il 2022).


Ma sul fronte delle sanzioni sul petrolio gli Stati europei non sembrano compatti, e anzi queste potrebbero addirittura non concretizzarsi. Nel frattempo, chi può corre ai ripari e insegue l’indipendenza dal gas russo (come l’Italia).


Ad ogni modo, le sanzioni sinora comminate faranno comunque molto male alla Russia, ma forse più lentamente rispetto a quanto preventivato.