• Francesco Baldessari

Tokyo, la città che visse due volte (PT2)

Tokyo, come ho già detto, una volta era una città completamente diversa con un nome diverso. Allora si chiamava Edo e, come Washington, Brasilia e Canberra, era stata progettata a tavolino.


A differenza delle altre, era stata concepita per fini non solo di controllo, ma di modifica del modo di pensare e della socialità dei suoi cittadini. In questo era sostanzialmente diversa da qualsiasi altra città giapponese.


Il suo sorgere e la sua struttura scaturirono dalla mente di un solo uomo, un uomo che abbiamo già visto. Tokugawa Ieyasu. Circa i suoi motivi per concepirla, progettarla e realizzarla possiamo solo formulare ipotesi. Sicuramente da parte sua c'era il desiderio di trasformare il Giappone in una proprietà esclusiva del suo clan.


Desiderava anche il bene del suo paese? Probabilmente sì. Il Giappone era appena uscito da un secolo e mezzo di guerra continua, per cui la stabilità non poteva non essere fra i suoi obiettivi ma, per un uomo della sua epoca, stabilità politica poteva solo voler dire stabilità dinastica. Nella sua mente, il bene della sua famiglia e quello del paese coincidevano.


Edo era una città immensa, tanto che un secolo dopo la sua fondazione era già la più grande del mondo con 1 milione di abitanti. Tutta di legno, tutta costruita a braccia senza fare uso di animali da soma, con ponti ad arco così ricurvi che il primo tratto era praticamente verticale. Qui sotto ne vedete un esempio in un’opera del maestro Hokusai.

Per capire le radici del conflitto, la sua gravità e quindi l'importanza della soluzione trovata da Ieyasu, è necessario risalire di parecchi secoli all’indietro.


Durante il primo Shogunato, quello di Kamakura, erano stati commessi due errori. Il primo era stato di lasciare che il controllo di un feudo divenisse ereditario. Di per sé, questo non è grave, ma lo divenne a causa del secondo errore, ben più grave, che fu il permettere che tutti i figli di un vassallo potessero ereditare.


Questo portò alla suddivisione del territorio in porzioni sempre più ridotte, piccole al punto da non essere economiche. Rimediare questo problema richiese tre secoli di disordine e violenza, esasperati dalla natura tribale della società giapponese, da sempre divisa in clan mutuamente ostili.


Quello che va dal 1467 al 1603 in particolare è conosciuto come il periodo Sengoku, vale a dire della guerra fra gli Stati. Tali erano di fatto i feudi, ormai completamente indipendenti. Caratterizzato da lotte fra clan continue, esso finì, come menzionato nell’introduzione, con la vittoria decisiva di Tokugawa Ieyasu a Sekigahara.

Un ruolo fondamentale in questa vittoria e nello sviluppo futuro del paese lo ebbero le caracche portoghesi arrivate nel 1543, che portarono con sé l'archibugio e la polvere da sparo. Anche i cinesi avevano qualcosa di simile, ma si trattava di armi prive di valore militare. I giapponesi capirono subito la differenza, impararono a produrre gli archibugi e li migliorarono.


Il loro uso a sua volta causò la comparsa di una nuova figura, quella dell’ashigaru, il soldato appiedato di origine contadina. Ben diverso dal samurai a cavallo, era in grado con il suo schioppo di uccidere quanti samurai gli si presentassero davanti. Le armi europee quindi minavano l'esistenza stessa della classe samurai, dominante nella società di giapponese di allora. E Ieyasu era un samurai.


Nel momento in cui i giapponesi seppero fabbricare gli archibugi, l'espulsione degli stranieri divenne solo una questione di tempo. Ma liberarsi dei fucili non bastava. Bisognava anche liberarsi di coloro che li avevano concepiti e prodotti. Le loro stesse idee erano rivoluzionarie e quindi inammissibili.


Ieyasu si trovò in una posizione difficile, dalla quale però riuscì a uscire in modo brillante. Il sistema che escogitò era così complesso che ci volle il lavoro consecutivo di tre generazioni di shogun, Ieyasu, Hidetada e Iemitsu, per portarlo a termine.


Garantire la stabilità del paese richiedeva quindi necessariamente escludere gli stranieri, il tenere lontano il cristianesimo con il suo messaggio di uguaglianza sociale e il liberarsi della tecnologia europea, incompatibile con la cultura guerriera dei samurai.


Gli stranieri e tutto ciò che avevano portato vennero aboliti per la prima volta da Toyotomi Hideyoshi, un signore della guerra che riuscì a riunire tutto il paese sotto di sé per la prima volta nella storia giapponese. Il Giappone era ancora troppo volatile però perché l’ordine funzionasse. Ci riprovò Ieyasu nel 1610 e funzionò. Lo shogun riuscì a dare uno stampo nazionalista all'espulsione, solidificando la pace sociale raggiunta con la fine del conflitto.


Ieyasu decise poi di creare una nuova città dove nessuna esisteva. La forza politica e il prestigio di Ieyasu possono essere indovinati dal semplice fatto che riuscì a mettere in moto un'intera nazione appena uscita da un secolo e mezzo di guerra civile per il progetto più grande che si fosse mai visto.


La costruzione di Edo richiese la collaborazione dell'intero paese, il taglio di così tanti alberi da causare deforestazione su tutto il territorio, e il trasporto di 200 navi di enormi macigni da Shizuoka a Edo, 300 km più a nord.


Voleva anche una capitale lontana da Kyoto e dall’imperatore, la cui esistenza sperava di oscurare col tempo e così legittimare il proprio potere, ma non prese neppure in considerazione Kamakura, sede del primo Shogunato.


Kamakura una fortezza naturale, utile ad uno shogun debole, ma non a lui. Preferiva la foce del fiume Tone, il più lungo del paese e e il cui bacino era una zona di immenso potenziale economico. Era lì che sorgeva il villaggio di Edo, già da 10 anni il suo feudo principale. Era capitato nelle sue mani dopo averne cambiate parecchie nel corso delle ostilità.


C'erano già le basi di un castello, ma lui ordinò la costruzione di un esemplare enorme, così grande che la sua torre da sola aveva un volume superiore a quello di Tōdaiji, il tempio di Nara oggi considerato l'edificio in legno più grande del mondo. Doveva essere visibile da tutta la città, un monito ai suoi sudditi.