• Francesco Baldessari

Tokyo, la città che visse due volte (PT3)

Come si era detto, Ieyasu voleva la sua capitale a Edo, un piccolo villaggio di pescatori che sarebbe divenuto Tokyo, per vari e validissimi motivi.


Prima di tutto era alla foce del fiume Tone, corso d’acqua ora sostituito per opera dell’uomo da due fiumi, l’Arakawa ed il Sumidagawa. Il bacino del Tone è il più vasto del Giappone, una zona di enorme potenziale economico, e Ieyasu intendeva sfruttare questa opportunità. Il villaggio era poi al centro del Paese, adatto quindi a proseguire la colonizzazione verso i territori a est, ancora poco popolati.


Nel 1603, ottenuta dall’imperatore la nomina a shogun, Ieyasu finalmente entrò nel paesotto, scese da cavallo e si insediò nella casupola che si era fatto fare vicino al cantiere del suo futuro castello, così da poterne presiedere la costruzione. Solo tre anni dopo, trasferì il potere a suo figlio Hidetada.


Fu però solo una decisione strategica, perché lo shogun non aveva alcuna intenzione di abbandonare il comando. Da una parte riuscì così a mostrare al Paese che lo Shogunato era ora un diritto ereditario del clan Tokugawa, dall’altra potè affidare al figlio le mille seccature del governo e dedicarsi completamente al progetto Edo, centro dei suoi piani per il futuro.


L’efficienza con cui il progetto venne portato a termine è testimoniata da una cartina del 1632, epoca del governo nominale di Iemitsu, figlio di Hidetada. Il castello non è ultimato ma già in uso. Il porto è sostanzialmente finito, esteso con una collina rimossa a Yotsuya, mentre i canali arrivano direttamente al castello, permettendo alle navi che portano tributi (onerosissimi) da tutto il Paese di attraccare e scaricare. La città è fatta di unità identiche ripetute, un segno inconfondibile della sua artificialità.


Non abbiamo cartine precedenti, ma sappiamo dalle descrizioni pervenuteci che tutta l’area a sud della stazione di Tokyo, un territorio di dimensioni considerevoli e di immenso valore, era sott’acqua nel 1602. Già nel 1608 però, metà di quella superficie era stata bonificata ed alcuni dei suoi canali scavati.

Un’altra cosa (oltre Confucio) che Ieyasu prese dai cinesi fu il Feng Shui, una forma di geomanzia cinese che si basa sull’idea di un’energia che i cinesi chiamano Qi e i giapponesi Ki. Essa pervade la natura, in cui è presente naturalmente ma in quantità e segno variabili a seconda del luogo.


È imperativo per il successo delle proprie decisioni tenere conto di queste caratteristiche e scegliere un luogo adatto. Come prima cosa, lo shogun allinea le strade con il monte Fuji, in modo che il Ki da esso proveniente possa circolare liberamente. Il famoso vulcano, con la sua potenza e la sua bellezza, è una fonte immensa di Ki, e Ieyasu la sfruttò in pieno.


Ieyasu controllò poi che i quattro spiriti tutelari delle città cinesi fossero presenti. Essi erano:

  1. Byakko, la tigre bianca, che ama le strade lunghe e vive a ovest. La presenza a Edo della Tokaidō, la strada che congiunge Tokyo a Osaka e Kyoto, assicura quindi anche quella di questo spirito tutelare.

  2. In direzione opposta c’è un drago blu di nome Seiryū, che ama i fiumi. Il sistema del fiume Tone include vari corsi d’acqua, quindi anche da questo aspetto la locazione è propizia.

  3. A nord una tartaruga dal collo lungo, detta Genbu, ama le montagne. A nord di Edo c’erano montagne in abbondanza.

  4. Infine a sud c’è il mare, rappresentato dall’uccello di fuoco Suzaku. E anche questo conto torna.


L’asse nord-sud (quello che va da Genbu a Suzaku) è inclinato di 110 gradi, portandolo vicino al nord-nord est, una direzione infausta. A proteggere la comunità da quella direzione venne quindi costruito un enorme castello.


Assicuratosi che il Ki fosse abbondante, che potesse scorrere liberamente e che gli spiriti tutelari fossero tutti presenti, Ieyasu rivolse la sua attenzione alla città dal punto di vista politico e militare.


Il complesso sistema di riforme da lui attuato di solito è detto il Bakuhan Taisei. Baku sta per bakufu, o shogunato, mentre han sta per feudo. Nessun fatto rende meglio l’idea dei compromessi cui lo shogun scende di questo nome. Per neutralizzarne la minaccia, diede ai clan nuovi feudi (han) secondo un criterio molto semplice. Più un clan era stato nemico di Ieyasu, più lontano era il feudo che sarebbe venuto ad occupare.


Tutti i vassalli avevano il dovere di passare un certo periodo a Tokyo come ostaggi, e potevano andarsene solo lasciando indietro un parente stretto. Era loro obbligo anche venire a Edo con la pompa del caso, come forma di rispetto nei confronti dello Shogun.


Erano quindi accompagnati da un numero estremamente grande di soldati, cortigiani, cuochi ecc., dei cui servigi avrebbero voluto fare a meno ma che erano imposti dai Tokugawa. La seguente stampa dell’epoca dà un’idea della scala di questi esodi annuali che coprivano a volte migliaia di chilometri a piedi.

Tutti i membri del corteo, centinaia di soldati, assistenti, cortigiani e artigiani, dovevano essere nutriti e alloggiati. L'idea di fondo era di rendere tutti i clan così poveri da non potersi permettere di avere un esercito.


Tutti dovevano trovare posto in qualche modo nella capitale. Questo doveva venire fatto tenendo presente altre ordinanze di Ieyasu, che erano: completa separazione delle classi sociali. Ciascuna aveva i suoi vestiti, mezzi di trasporto, professioni, località di residenza e standard di vita consentite.


Nessuna mobilità sociale. La classe era ereditaria. La coesistenza in un luogo di due classi sociali era quindi proibita.

Ora vediamo una cartina della Tokyo di oggi. Il cerchio verde rappresenta approssimativamente il tracciato della Yamanote Line, la linea di superficie più importante della megalopoli. Prende il nome dalle aree, in rosso nella cartina, che facevano parte della zona detta appunto Yamanote (山手), "dalla parte delle montagne". Lí vivevano i burocrati ed i signorotti feudali vassalli di Ieyasu, costretti per legge a vivere a Edo, e le classi superiori, mentre il popolino, i commercianti e le altre classi lavoratrici abitavano la Shitamachi, o "città bassa".

I nobili cercavano nelle colline una liberazione dalle mosche, dalle zanzare e dal calore infernale delle città bassa, abitata da mercanti, artigiani e chiunque avesse un ruolo produttivo nella società di allora. Non sorprende quindi che Shitamachi, e non Yamanote, stia per cultura e innovazione, ed è qui che i turisti vanno a vedere Kabuki, visitare musei e mangiare bene.


La distinzione ha ancora un significato, anche se non quanto ne aveva una volta. La Yamanote è ancora più moderna, più giovane e più occidentale. Shitamachi è dove uno può trovare Edo e la Tokyo tradizionale.


A nord Shitamachi finisce circa con Ueno, un tempo uno dei centri simbolici del potere dei Tokugawa. Qui infatti si trovava Kan'eiji, il tempio funebre della famiglia dove riposavano quattro degli Shogun della dinastia. Nel 1986, quando i rivoltosi arrivarono con l’intenzione di abbattere i Tokugawa, per prima cosa si premurarono di demolirlo quasi interamente e di dedicare immediatamente il terreno ad altri usi, per prevenirne la resurrezione.


Ciononostante, c’erano molte eccezioni alla regola del vivere separati, particolarmente nella zona del porto, dove era giocoforza incontrarsi per commerciare. Ad esempio, la zona sotto il castello, bassa, paludosa ed infestate dalle zanzare, viene definita di solito come abitata dai meno abbienti. In effetti erano loro i più numerosi, ma erano anche quelli che occupavano meno spazio. Il resto era dedicato alle ville dei guerrieri e al buddismo.


Sappiamo che i guerrieri dei clan provenienti da Shizuoka e la prefettura di Aichi, legate ai Tokugawa da rapporti di parentela, vivevano immediatamente sotto il castello, come forma di difesa di quest’ultimo.


Gli stessi clan avevano però residenze qui e là, per esempio a Kojimachi, Hirakawagishi e Yotsuya. La zona di residenza dei religiosi e dei loro templi è, come dice del resto il nome (valle degli dei), era Kanda. Nel resto del territorio si vedevano file di immensi edifici quadrati o rettangolari, ciascuno occupante una casella di una scacchiera. Qui vivevano i cittadini qualsiasi.


Uno di questi era nominato un chō, un termine ancora in uso. I chō avevano un lato pari a 40 (1 = 12 m circa) ed erano divisi dagli altri da strade chiuse al traffico e larghe 4 . Le strade principali erano invece larghe 6 . I negozi erano rivolti verso l’esterno, mentre le abitazioni avevano la porta su di un cortile interno, che ospitava anche toilette, bagni, immondezzaio ed una piazza centrale per riunioni e festival.


La sera le porte venivano chiuse dall’esterno, come in Cina, e riaperte al mattino. Le strade appaiono troppo larghe, ma la loro larghezza aveva una ragione pratica: evitare i danni provocati da incendi. Essendo la città costruita esclusivamente in legno, bruciava con estrema facilità ed i fuochi erano estremamente difficili da fermare. La larghezza delle strade permetteva inoltre ai pompieri di arrivare in brevissimo tempo.


Questo a sua volta spiega una delle caratteristiche più insolite del Giappone: la quasi completa assenza di piazze, che non hanno veramente ragione di essere in una città dove i veicoli di grandi dimensioni sono rari e le merci vengono vendute all’aperto. Ecco una stampa di Hiroshige, preziosa per dare forma a quanto non esiste più.


Il primo nucleo abitato fu quello dei commercianti di legname, che importavano da tutto il Paese, facendolo arrivare in quantità colossali da tutte le direzioni. Ieyasu quindi invitò artigiani ed altri specialisti di tutto il Paese a confluire a Edo, e la città si espanse rapidamente.