• Margherita Girardi

Messico, nuvole e la grande industria della moda

Shein, nota società di fast-fashion, è finita nell’occhio del ciclone. L’accusa è di appropriazione culturale indebita. Secondo le autorità messicane Shein avrebbe plagiato un motivo tessile proprio della cultura maya.

Il prodotto in questione è una blusa a motivi floreali, identica a quelle realizzate dall’azienda artigiana YucaChulas, sita in Yucátan. Queste camicette ricalcano le caratteristiche dello huipil, un tipo di indumento tradizionale che vestono le donne maya. La produzione di questi capi forma parte integrante delle tradizioni del luogo.

Questa non è la prima volta che il governo messicano alza la voce contro i colossi internazionali della moda. A partire dall’elezione a presidente di Andrés Manuel López Obrador nel 2018 i reclami si sono susseguiti con frequenza. Solo a maggio dello scorso anno il dito era stato puntato contro tre aziende estere: Zara, Anthropology e Patowl. Ma la lista potrebbe continuare.

Secondo la ONG messicana Impacto, dal 2014 sono stati più di 40 i casi di appropriazione culturale indebita da parte di aziende messicane e straniere. Questa organizzazione si occupa della protezione del patrimonio culturale tradizionale messicano e di una sua più equa commercializzazione.

L’accusa è di privatizzazione e monetizzazione indebita di una proprietà culturale collettiva.

Il Ministero della Cultura sta richiedendo alle aziende di lavorare in maniera più etica. Il coinvolgimento delle società indigene è ritenuto fondamentale, essendo le realizzatrici e le proprietarie del patrimonio artistico. Così come si richiede attenzione a non precludere le loro opportunità di guadagno e sviluppo.

Questo piccolo artigianato costituisce una fonte fondamentale di reddito per le comunità dell’area. Al contrario, le grandi firme del fast-fashion si possono permettere di vendere lo stesso prodotto, realizzato su scala industriale, a prezzi molto minori.

Il paradosso opposto si crea invece quando è la moda di lusso a finire sotto accusa, visti gli esorbitanti prezzi di vendita. Nel 2019 l’azienda francese Louis Vuitton aveva lanciato una collezione di poltroncine, propria dello stato messicano di Hidalgo. Il prodotto era venduto a 13mila dollari al pezzo, senza prevedere alcuna menzione o compenso per la comunità creatrice.

Dal Ministero della Cultura viene fatto sapere che il Messico non si sta chiudendo alla possibilità di ispirare con la propria ricchezza culturale i disegnatori di aziende internazionali. Richiede però una collaborazione con le comunità interessate, basata sul rispetto, l’accordo previo e la distribuzione dei proventi.

Secondo le comunità locali, il sistema economico odierno si basa ancora fortemente su un’asimmetria di poteri: da un lato le grandi imprese internazionali, dall’altro i piccoli artigiani. Così facendo, si perpetuano dinamiche coloniali, come l’esproprio non consensuale e impunito del patrimonio culturale.

Ciononostante, qualche risposta positiva alle lettere inviate dal Ministero della Cultura è arrivata. La casa di moda Isabel Marant si è scusata con la comunità interessata. Louis Vuitton ha promesso di realizzare una linea con gli artigiani di Oaxaca. Infine, Nike ha chiesto l’approvazione del Ministero su una sua linea di scarpe da tennis.

Si tratta di segnali importanti per le comunità messicane. Battersi per il rispetto dei diritti culturali collettivi non è una lotta contro i mulini a vento.

Il patrimonio culturale e artistico messicano non è però l’unico ad essere stato utilizzato senza consenso. I casi di appropriazione indebita, solo negli ultimi anni, hanno coinvolto diversi altri popoli.

L'appropriazione culturale, infatti, si verifica tutte le volte in cui la cultura dominante si appropria di elementi delle culture subalterne senza consultarle e riceverne il consenso. Il significato originale e simbolico va quindi a perdersi, in ragione della monetizzazione del prodotto.

A questo proposito si possono quindi citare i saggy pants di Balenciaga, diffusi nella cultura hip-hop degli afroamericani. O ancora, l’utilizzo di copricapi sacri ai nativi americani durante una sfilata di intimo di Victoria’s Secret. E lista potrebbe continuare.

Alle case di moda viene quindi richiesta maggiore responsabilità e attenzione. In virtù del peso che ricoprono sul mercato e del potere di influenzare il consumatore, un’etica del processo produttivo è perciò indispensabile.