• Matteo Gibellini

Uno sguardo senza colore. Bucha, Mariupol e Irpin come Guernica?

L’ingresso dei giornalisti a Bucha si trasforma in un viaggio nell’Inferno. I loro occhi sono immobili dinanzi a un’umanità violata. Come quelli di George Steer, il giornalista inglese che ha conosciuto nella guerra civile spagnola l’orrore più grande.

foto da ArtsLife

Guernica, la sera del 26 aprile 1937, è stata obiettivo degli atroci bombardamenti per mano della Legione Condor Luftwaffe (aviazione tedesca). È il massacro di duemila civili. È la prova generale degli aerei Junkers di Hitler in vista di una possibile offensiva nei confronti dell’Europa.


All’indomani della strage Steer documenta gli orrori commessi dai nazisti in soccorso del generale Francisco Franco, intento a rovesciare il governo repubblicano dell’epoca. Due giorni dopo esce l’articolo sul Times. Poi, la trasposizione in pittura da parte di Picasso che ha risonanza nell’opinione pubblica mondiale.


Le parole di George Steer si sono trasformate nel Guernica di Picasso. Un’immagine che incarna perfettamente il senso della vera tragedia della guerra. E per questo è diventato il manifesto simbolo non solo della guerra civile spagnola ma di tutti i conflitti combattuti nel corso del tempo. Compresa quella tra Russia e Ucraina.


Un genocidio ancora attuale. Come a Bucha, a Irpin e Mariupol e molte altre città ucraine. Secondo alcune testimonianze degli abitanti di Bucha, i militari russi sono entrati nella città sparando a raffica sui civili. Un modus operandi non molto diverso da Guernica. E a Bucha sono numerose le storie che richiamano la cittadina basca.


Il problema è la non consapevolezza di chi non vive la guerra. Solo l’arte nella storia è riuscita a provocare delle reazioni e ad interrogare le coscienze degli esseri umani. E Guernica resta l’esempio principe.


Se oggi Banksy richiama la pace, Picasso mostrava al mondo intero il crudo realismo della guerra. Il Guernica è una tela immensa, simbolo di una tragedia che pone un uomo contro un altro uomo. È la partecipazione del pittore alla sofferenza umana che ancora oggi è attuale.


Sulla sinistra del dipinto, il volto straziato della madre che stringe tra le sue braccia il corpo del suo bambino. Ricorda l’immagine di quella famiglia spazzata in un secondo dai mortai russi ad Irpin. Una madre, con i suoi figli, il più grande 18 anni e la più piccola 9 anni. E con loro i due cagnolini. È diventata l’immagine simbolo della guerra. I corpi sono avvolti pietosamente da un telo.


E quella mano sanguinante, senza vita, che sbuca rimanda a quella protesa e dormiente di quel corpo dipinto da Picasso. È la linea della vita, simbolicamente segmentata. Come le vite spezzate di centinaia e centinaia di bambini e donne ucraine.


Il grido disperato di quell’uomo con le braccia alzate al cielo ricorda tutti quei soldati che si sono ritrovati intrappolati per un mese nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Appesi ad un filo, consapevoli che da lì difficilmente ne usciranno vivi. Ma lottano e resistono. Si aggrappano alla vita. È la resistenza ucraina.


I corpi grigi e freddi, stesi sul fondo dell’opera d’arte sono un pugno nello stomaco, come lo è stato nel vedere i cadaveri dei civili, senza colpe, davanti alla stazione di Kramatorsk. Volevano prendere un treno per scappare dalle bombe e salvarsi. Ma quel respiro vitale di libertà è stato interrotto da un missile esploso (erroneamente?) in cielo a pochi metri sopra le loro teste. E resta impressa la scritta “bambini” che si legge su quel maledetto oggetto di morte.


Nella guerra diventano significativi i gesti e i volti. E lo sguardo di Picasso li ritrae senza colore nel loro strazio. Quella donna che si affaccia disperatamente alla finestra e tiene una lampada a petrolio, alludendo alla regressione alla quale la guerra conduce, si reincarna in quel volto femminile apparso sulle prime pagine dei giornali nazionali ed internazionali nel primo giorno di escalation in Ucraina.


È il viso fasciato e segnato di Olena, una donna di 52 anni e che fa l’insegnante, ritratta non solo dal fotoreporter che ha saputo cogliere l’attimo, ma anche da artisti contemporanei e street art di tutto il mondo, dalla Bulgaria all’Argentina. E l’immagine racconta, assieme alle parole di chi ha visto.


Come George Steer e Picasso che entrambi hanno sentito l’esigenza di testimoniare il dolore altrui. Picasso dipinse la tela in poche settimane per l’Esposizione Internazionale del 1937 di Parigi, nonostante avesse pensato di portare un altro soggetto. Ma l’esigenza di esprimersi diventa prioritaria. Si fa testimone delle parole di Steer, si addentra nella storia e sente la necessità di sconvolgere per indurre alla riflessione, alla ragione, svincolandosi dal sonno di quest’ultima che genera solo mostri.


Ad accomunare il Guernica e le opere degli artisti contemporanei sono i volti del popolo. Soprattutto donne e bambini che sono le vittime innocenti di ogni conflitto. Nel Guernica pochi sono gli uomini, impegnati a combattere la guerra civile. E non c’è accenno ad aerei e bombe, perché importa solo dipingere l’umanità.


Questo per far sì che i carnefici guardino con i loro occhi le conseguenze delle loro azioni. Come per l’ambasciatore di Hitler che domandò a Picasso se fosse lui l’autore di quell’orrore. Rispose che era opera loro.


Si prende posizione davanti ad un potere cieco e con le mani macchiate di sangue innocente. Lo si responsabilizza. E Picasso non si tira indietro, anzi si fa avanti e lotta, esponendo il Guernica a New York per 40 anni, in attesa che in Spagna ritorni la democrazia.

La tonalità neutra del Guernica potrà trasformarsi in colore solo quando cesserà ogni tipo di guerra. La colomba con l’ala spezzata (in alto nel dipinto) potrà guarire e ritornare a volare quando i bambini ucraini potranno finalmente giocare a pallone nelle loro città con il sorriso sul volto. Quel piccolo fiore, quasi invisibile, rappresenta la speranza che risiede ancora negli ucraini che resistono e che sognano la rinascita di Bucha, Mariupol e Irpin. Cosicché giornalisti e pittori possano recuperare colore nel loro sguardo da cronisti della storia.