• Emanuele Paccher

Alla scoperta dell'indice di Gini

Aggiornamento: 4 giu

L’indice di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della disuguaglianza economica di un determinato Paese. Può essere espresso in percentuale, dallo 0% al 100%, oppure in decimali, da 0 a 1. Il valore minimo rappresenta la situazione in cui tutti guadagnano la stessa cifra, mentre il valore massimo rappresenta la situazione in cui una sola persona nella comunità ha un reddito.

Per semplificare il concetto, prendiamo un esempio pratico: se il reddito totale di una popolazione è 1000 con 10 abitanti che guadagnano 100 ciascuno, l’indice di Gini sarà pari a 0 (o 0%). Viceversa, se una sola persona ha 1000 e gli altri hanno 0, l’indice di Gini sarà pari a 1 (o 100%).

Per avere un’idea generale, prendendo i dati da Eurostat, l’Italia nel 2019 aveva un indice di Gini pari al 32,8%, la Francia al 29,2%, la Germania al 29,7%. In Europa il Paese con un indice di Gini peggiore è la Turchia, la quale ha un coefficiente del 41,7%. Al contrario, il Paese più virtuoso è la Slovacchia, con un coefficiente del 22,8%.


Gli Stati Uniti si attestano su un valore del 48,5%, segno di una forte disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Gli Stati peggiori comunque, secondo le stime disponibili, sono i Paesi del sud e del centro Africa, con il record negativo detenuto dalla Namibia con un indice dello 70,7%.

Occorre però soffermarci un attimo di più sull’utilità di questo coefficiente. Senza dubbio è utilizzabile per valutazioni di fondo, soprattutto per studiare gli andamenti temporali all’interno di un medesimo Stato. Le grandi disuguaglianze economiche provocano un aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale e sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere sociale.

Tuttavia, vi sono alcune criticità. Innanzitutto, nei Paesi in cui circola molto reddito in nero il calcolo dell’indice potrebbe dare falsi risultati positivi. Mafie e corruzioni sono elementi che alterano il calcolo. Dopodiché, l’indice di Gini ci dice ben poco su quella che è l’effettiva ricchezza di uno Stato.

Per capirci meglio: uno Stato che ha una bassissima ricchezza, e quindi che versa in una situazione di estrema povertà, se ha una distribuzione più o meno equa delle sue (poche) risorse economiche avrà un indice di Gini eccellente.

In ogni caso, il coefficiente di Gini può essere utile anche per evidenziare una grossa piaga della nostra società, ossia la grande concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissime persone.


Secondo il rapporto di Credit Suisse, l’1% di super ricchi arriva a concentrare la metà di tutta la ricchezza del mondo. Il 70% più povero della popolazione detiene solo il 2,7% della ricchezza globale. Le tendenze oltretutto non sono proprio rassicuranti: è vero che la ricchezza totale sta aumentando, ma le disuguaglianze non sembrano calare.