• Elisa Egidio

Dominion e Smartmatic. Il nuovo spauracchio della democrazia

Aggiornamento: giu 10

Dopo Sydney Powell e Rudy Giuliani, rispettivamente ex legale e avvocato personale di Trump, è la volta di Mike Lindell, CEO di My Pillow. La lista nera di Beatrix Kiddo all’inizio di Kill Bill Capitolo 1 è irrisoria in confronto a quella di Dominion Voting System, società di produzione di software per il voto telematico a capo di John Poulos.



Alla Corte Suprema di New York, intanto, Smartmatic, multinazionale di tabulazione elettronica fondata da Antonio Mugica, fa causa per diffamazione e disinformazione a Fox News e ai due legali dell’ex Presidente, ospiti abituali del network.


Tra le varie illazioni, quelle su presunti brogli elettorali e sul coinvolgimento di Hugo Chavez, dittatore defunto del Venezuela, nella progettazione delle tecnologie della società. Quest’ultima sarebbe, secondo tale versione, anche proprietaria di Dominion.


Tutte accuse che, se pur infondate, hanno attecchito su un terreno ad esse favorevole. Contrariamente alle aspettative, i tools in questione presentano infatti ancora molte criticità, specialmente nella fase delicata del conteggio dei voti. Il banco di prova sono state le primarie del partito democratico americano, in cui alcuni dei 1600 distretti elettorali dell’Iowa hanno fatto a meno dell’App per le tabulazioni e l’invio dei risultati.


Non sono inoltre da escludere rischi per la sicurezza, come difetti interni o tentativi di hackeraggio.


Tali inconvenienti non hanno tuttavia impedito al voto per corrispondenza di affermarsi non solo come valida alternativa alle urne, ma soprattutto come nuova arena politica.


In questo sta infatti l’essenza più profonda della vita democratica: il dibattito politico. Dallo scambio informale di informazioni e opinioni agli eventi deliberativi più strutturati, come forum, town meetings e presidential caucuses, il sistema elettorale dell’Iowa che integra il voto con la discussione dei vari candidati.


In Vita Activa, Hannah Arendt poneva la coesistenza tra punti di vista diversi a fondamento della vita pubblica. Il mondo comune è infatti il punto d’intersezione di prospettive irriducibili le une alle altre, all’insegna dell’in-between, una dimensione simbolica che, alla stregua di un tavolo, funge al contempo da elemento di contatto e di separazione tra le persone.


Il filosofo Carl Schmitt portava questo discorso alle estreme conseguenze: lo scontro e non il confronto è il criterio fondamentale della politica.

L’avvento del voto per corrispondenza ha fornito un nuovo contesto per tale oggetto di studio. La partecipazione politica si estende infatti sempre più al di fuori dei seggi tradizionali.

Questo è il caso del voto per posta, che offre la possibilità di consultarsi con gli altri elettori riguardo alla scelta elettorale. Ciò concilia il principio della segretezza del voto con lo spirito della deliberazione.


Tale modalità di confronto può avere un impatto notevole sui cosiddetti indecisi.

Justin Reedy, John Gastil e Patricia Moy, tre esperti di comunicazione, hanno condotto uno studio sulla relazione tra discussione politica e voto.


Dalla ricerca, condotta durante le elezioni generali dello stato di Washington dal 2006 al 2007 attraverso un sondaggio telefonico, sono emersi alcuni dati interessanti: absentee discussers è il termine coniato in riferimento a quella parte di elettori, più di un terzo (35,6%), che ha preso parte al dibattito, da cui si sono astenuti invece i cosiddetti absentee voters.

In tali occasioni inoltre i cittadini più informati sui temi politici e quindi più persuasivi esercitano un ascendente maggiore. L’incisività della discussione è infatti direttamente proporzionale al gap tra gli interlocutori, sia in termini ideologici che di padronanza della materia. Circa un terzo (30,6%) dei discussers ha percepito la conversazione come decisiva per la scelta finale.


In questo senso, voto online e voto per corrispondenza ricevono critiche opposte: il primo sembra accelerare le tappe del processo decisionale, il secondo sembra dilatarle.

Su questo d’altronde ci sarebbe da discutere: in Potere digitale Gabriele Giacomini menziona le nuove piattaforme virtuali di partecipazione e deliberazione come terreno di condivisione e discussione di dati e informazioni, come nel caso della consultazione dei cittadini per il monitoring delle policy.


L’absentee discussion si conferma poi come fenomeno completamente unico nel suo genere e quindi incompatibile con i fattori socioeconomici, demografici e politici applicati alla partecipazione politica più convenzionale. Il campione di soggetti interessati è infatti piuttosto eterogeneo e rappresentativo dell’elettorato nel suo complesso.


Come afferma Edoardo Greblo, docente universitario e redattore della rivista Aut Aut, la democrazia non è mai uguale a se stessa, ma si rinnova continuamente di pari passo con i cambiamenti sociali e tecnologici.


La sperimentazione e l’innovazione, con tutti i rischi del caso, rientrano pienamente in questo processo.


Come insegna un celebre proverbio cinese: quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.