• Diego Gasperotti

Gas russo: l'Italia può farne a meno?

Forse sì, anche se non subito e non senza sforzi. La scadenza per il pagamento del gas diretto in Italia è prevista per fine maggio. Dopo la decisione russa di tagliare le forniture a Polonia e Bulgaria, la questione della dipendenza da Mosca si fa più pressante.

Il 27 aprile il governo di Vladimir Putin ha deciso di non vendere più gas a Polonia e Bulgaria. Giunta la scadenza per il pagamento delle forniture sia la compagnia energetica polacca PGNiG sia il Ministro dell’Energia bulgaro hanno confermato il proprio rifiuto al nuovo sistema di pagamento richiesto da Mosca (non previsto dai contratti).


Il Cremlino vorrebbe che gli acquirenti aprissero dei conti secondari presso Gazprombank - la banca che si occupa delle transazioni per il gas dei Paesi europei - dove i soldi versati sarebbero convertiti in rubli. Solo a quel punto il pagamento sarebbe considerato effettuato. In questo modo il governo russo garantirebbe un sostegno alla propria economia interna, colpita duramente dalle sanzioni occidentali.


Secondo la Commissione Europea, accettare le richieste di Mosca potrebbe non comportare una violazione delle sanzioni imposte alla Russia. Ha però specificato che le aziende dovrebbero accertarsi che i pagamenti siano considerati ultimati al momento del versamento della valuta europea, e non successivamente.


Difatti, siccome la Russia intende considerare il pagamento avvenuto solamente dopo che Gazprom avrà convertito in rubli quanto versato dall’acquirente, vi sarebbe il rischio di pagare il gas senza poi riceverlo.


In questi giorni Mario Draghi ha chiesto chiarimenti alla Commissione europea. Accettare il nuovo sistema imposto da Mosca equivarrebbe a un aggiramento delle sanzioni? La cosa più importante, sostiene il Presidente del Consiglio italiano, è avere una linea comune a tutti i Paesi europei, in modo da evitare di muoversi in ordine sparso.

Il gas in Italia, dal 1970 al 2020. In rosso le importazioni, in grigio la produzione nazionale e in verde le esportazioni (che non ci sono). Il tutto espresso in miliardi di metri cubi. Elaborazione grafico e immagine ad opera di Raminagrobis (CC BY-SA 4.0)

Ma l’Italia quanto è esposta? Nel corso del 2019, sul totale dell’energia utilizzata nel Paese, ben il 41,8% proveniva da gas naturale.


Secondo il Ministero della transizione ecologica, nel 2020, nonostante un calo della domanda primaria dovuto alla pandemia, il ruolo del gas nel mix energetico italiano è rimasto assai rilevante. Del totale del gas importato quell’anno (66,4 miliardi di metri cubi) il gas russo ha rappresentato il 42,7%, con 28,4 miliardi di metri cubi, in calo rispetto al 2019 (-4,8%). Nel 2021, invece, dalla Russia sono arrivati 28,2 miliardi.


Per ovviare a questa situazione il Governo sta cercando fonti alternative, grazie alle quali ridurre progressivamente la dipendenza dalla Russia.


Già quest’anno l’Algeria garantirà 3 miliardi di metri cubi in più (nel 2021 ne ha venduti all’Italia 21), mentre a partire dal 2023 gli incrementi nelle forniture raggiungeranno i 6 miliardi. Dal 2024, poi, l’Algeria fornirà all’Italia 30 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, fatto che da solo consentirebbe una riduzione di circa un terzo delle importazioni dalla Russia.


Il gasdotto TAP, che trasporta in Italia il gas dell’Azerbaijan, nel 2021 ha garantito 7,2 miliardi di metri cubi. Da quest’anno si stima che possano divenire 9.


Il Governo intende inoltre aumentare le importazioni di GNL (gas naturale liquefatto). Per questo ha da poco siglato una serie di accordi: con la Repubblica Democratica del Congo, che a partire dal 2023 fornirà all’Italia 4,5 miliardi di metri cubi l’anno; con l’Angola, per 1,5 miliardi; e con l’Egitto (per 3 miliardi di metri cubi aggiuntivi).


Il GNL ha il vantaggio di poter essere trasportato senza l’utilizzo di gasdotti, e quindi gli accordi presi non richiedono anni per divenire effettivi. Allo stesso tempo però risulta più costoso, perché occorre riportare il gas dallo stato liquido al gassoso. Proprio per questo, il Governo ha semplificato le procedure per la costruzione di rigassificatori in Italia.


Un emendamento al cosiddetto “decreto bollette” punta a ridurre il consumo negli edifici delle Pubbliche amministrazioni, nelle scuole e nell’illuminazione pubblica. Si spera in questo modo di risparmiare almeno un paio di miliardi di metri cubi di gas. Si tenterà poi di aumentare provvisoriamente la produzione nazionale, comunque contenuta, e ci si sta adoperando per riattivare le centrali a carbone.


Nel frattempo aumenteranno gli investimenti nelle energie rinnovabili, che si riveleranno utili per rendere il Paese più autonomo, oltre a ridurre l’inquinamento.


La maggior parte dei provvedimenti citati darà i primi effetti nel corso dell’anno prossimo: perciò il Governo punta ad ottenere la completa indipendenza dal gas russo non prima del 2024. In ogni caso ci sarà un calo significativo delle importazioni già dal 2022: scenderanno infatti a circa 20 miliardi di metri cubi (su un fabbisogno nazionale che oscilla tra i 75 e gli 80).


E se la Russia dovesse decidere di interrompere le forniture già quest’anno? In quel caso, l’Italia potrebbe dare fondo alle sue scorte, che al momento le permetterebbero di fare a meno della quota di gas mancante per almeno 10 settimane (contro le 8 della Germania).

Si tratta del peggior scenario possibile, ma è da mettere in conto. Nel caso di una interruzione delle forniture all’Italia, come alla Germania, la perdita economica per le casse di Mosca sarebbe senz’altro più ingente di quella patita terminando i rapporti con Bulgaria e Polonia. A quel punto si avrebbe una sorta di sfida di resistenza tra russi ed europei.


Infatti, sebbene in primavera ed estate i consumi di gas si riducano considerevolmente, è proprio in quel periodo che si fa lo stoccaggio per l’inverno. E rimangono comunque in attività quelle imprese che necessitano di gas per il loro ciclo produttivo.


Già a partire dal 2023 l’Italia dovrebbe riuscire a sostituire la maggior parte del gas russo. Rimane però vulnerabile a un’eventuale interruzione improvvisa delle forniture, soprattutto se dovesse avvenire quest’anno, perché faticherebbe a immagazzinare le scorte per l’inverno.


In ogni caso, la stessa Eni sembra stia considerando la possibilità di aprire un secondo conto presso Gazprombank, come richiesto dal Cremlino. D’altronde il governo russo ha fatto sapere che le conversioni sul conto secondario saranno ultimate entro due giorni dal versamento. Si tratta di un modo per rassicurare gli acquirenti, e sostenere che non ci saranno ritardi, né sarà possibile che al pagamento non segua la consegna del gas.


Non è detto però che l’UE decida di crederci: nel frattempo medita di ridurre progressivamente sino a bloccare le importazioni di petrolio russo, ben più remunerative per Mosca (anche se potrebbe dover fare i conti con il veto ungherese).