• Francesco Baldessari

Hibakusha. L'atomica ottant'anni dopo

Alle 11:02 del mattino dell’8 di agosto 1945, dopo un viaggio di sei ore iniziato dalla base aerea di Tinian, nell’arcipelago delle Marianne, un solitario aereo si presentò sopra Hiroshima, una piccola città di provincia dell’ovest del Giappone.


La contraerea era scomparsa da tempo, per cui non aveva bisogno di copertura e procedé indisturbato. Senza scendere dai 10.000 m di quota a cui si trovava, sganciò una singola bomba che giunse velocemente fino alla quota prevista di 600 metri. Lì esplose, producendo un lampo di luce bianca accecante.


Qualche giorno dopo, la stessa sorte subì una città più a sud, Nagasaki. Come tutti sappiamo, queste due città vennero colpite con una nuova arma che, in tempi brevissimi, causò distruzione su scala quasi senza precedenti.

Il Giappone aveva già sofferto bombardamenti di proporzioni in un certo senso simili o addirittura superiori – vedi il bombardamento di Tokyo del nove e 10 marzo di quello stesso anno. Quell'operazione aveva raso al suolo buona parte della città e fatto fra gli 80 e i 100 mila morti. Tuttavia, se si tiene presente il fattore tempo, nulla è neppure lontanamente paragonabile a quelle due esplosioni. In ciascun caso, in un istante un'intera cittadina di provincia scomparve.


Il grande scienziato e premio Nobel per la fisica di origine tedesca Hans Bethe, che diede un contributo fondamentale alla creazione di queste armi, la notte in cui Hiroshima si spense divenne un obiettore di coscienza e lo rimase fino alla sua morte avvenuta decenni dopo, all'età di 99 anni. Da allora continuò a esortare tutti gli scienziati del mondo di negare le loro competenze ai governi e alle agenzie preposte alle armi nucleari. Bethe stesso descrisse numerose volte, con ammirevole onestà, cosa successe in lui quella notte fatale.


Tutti gli scienziati di Los Alamos erano ansiosi di vedere le fotografie raccolte da Enola Gay. Tutti speravano di aver dato un contributo essenziale al raggiungimento della pace, che tutti desideravano “very, very much.” ma la realtà si rivelò essere qualcosa “che avevamo capito attraverso i numeri, ma non i sensi.”


Il termine che dà il titolo all'articolo, difficile e brutto in giapponese quanto lo è in italiano, è uno di quegli zoppicanti neologismi creati dalla medicina per descrivere nuovi orrori. I tre caratteri cinesi che lo compongono sono 被 hi influenzato, 爆 haku esplosione, 者 sha persona: hibakusha.


La definizione ufficiale del Ministero giapponese per la salute, il lavoro e il benessere è la seguente.


"Si dice hibakusha chi è stato esposto alle radiazioni nucleari nell’agosto 1945 a Hiroshima o Nagasaki." La definizione poi prosegue con una lista delle località ufficialmente riconosciute come colpite dal problema. "Un totale di 650.000 persone è stato riconosciuto come appartenente alla categoria e come tale ha ricevuto cure specialistiche gratuite. L'orrendo monumento di Hiroshima, degno dell'Unione Sovietica nella sua volgare monumentalità, porta i nomi di 520.000 a HIroshima, di cui 328.929 a Hiroshima e 189.000 a Nagasaki."


Ma il tempo passa e ormai 77 anni sono trascorsi dagli eventi. Gli hibakusha rimasti sono circa 125.000, un numero imponente in queste circostanze. Quasi tutti vivono in Giappone, ma qualcuno si trova anche all’estero.


Esiste però un'altra definizione, molto diversa, che fa capo ad una lunga serie di episodi di intolleranza, discriminazione e inutile sofferenza perpetrati dalla società “sana” ai loro danni.


Secondo questa definizione alternativa, gli hibakusha sono persone discriminate per essere state irradiate a Hiroshima e Nagasaki. Incredibilmente, queste vittime sono state caricate di un peso ulteriore ed espulse dal gruppo dei sani. I bambini presi in giro, gli adulti tenuti a distanza, gli amici abbandonati.


Gli hibakusha continuano ad essere un serio problema sociale nelle aree colpite dalle due bombe americane, al punto che è difficile raccogliere testimonianze perché molti semplicemente non sono disposti a parlare.


Yūji Nakamura è differente e vuole essere ascoltato. Si scopre le gambe per far vedere le cicatrici, ancora ben visibili, lasciate quel giorno dall'onda termica. Il suo racconto è una sequenza di dolorose umiliazioni ad opera di chi gli stava vicino e di chi avrebbe dovuto proteggerlo, insegnanti compresi.


Nell’agosto del 1945 viveva vicino alla casa della sua famiglia con alcuni adulti e altri bambini, tutti sfollati. Suo padre era stato arruolato tempo prima, frettolosamente addestrato e mandato in Indonesia. Sua madre era sempre al lavoro per mantenere lui ai suoi fratellini.


La mattina di quel 9 agosto del 1945 alle 11 e 02, nell'esatto momento in cui la bomba rilasciata da Enola Gay esplodeva, Yuji non aveva neppure tre anni. Non fu investito direttamente dalle radiazioni, perché era sul lato opposto dell'edificio. Fu però sollevato e scagliato contro il muro dalla violenza del vento generato dall'esplosione.


La casa gli crollò immediatamente addosso, producendogli una grave ferita alla testa, tanto che i suoi fratelli lo ritenevano morto. Venne salvato per miracolo, solo per sentirsi poi chiamare con soprannomi di vario genere. Nel suo caso, nascondere il problema non era fattibile. Aveva bruciature chiaramente geometriche che tradivano l'origine della sua malattia.


Le elementari furono solitarie e tutti, insegnanti compresi, lo chiamavano con nomignoli come Bomba Atomica, Radiazione, eccetera. Anni più tardi, al liceo, l’insegnante stesso e gli allievi più anziani gli strapparono di mano il diploma di liceo e lo fecero a pezzi per fargli capire che non era il benvenuto nel gruppo.


Pare ci siano migliaia di persone come lui e ci sono ragioni di pensare che il trauma dell'esplosione prima, e della stigmatizzazione poi si possano trasmettere attraverso le generazioni.


Tipica è la storia di Shoji, un’anziana donna giapponese che ora vive negli Stati Uniti con il marito della figlia, una sposa di guerra. All'epoca Shoji aveva 19 anni. Tutti questi anni dopo, non fa che parlare di quel singolo giorno e sua nipote, suo malgrado, ora soffre di disordine post traumatico. I continui racconti di esplosioni, lampi, gente spellata viva e terrore l'hanno vinta.


Se però è importante dare agli hibakusha ciò che a loro per legge spetta, altrettanto lo è capire perché sono stati discriminati.


Menzionare l'ingiustizia non basta Come spiegare l'enigma della crudeltà mostrata dal popolo di Hiroshima e Nagasaki nei confronti dei propri stessi figli? La violenza nei confronti degli hibakusha è reale, su questo non ci possono essere dubbi. Eppure, questo paese è giustamente famoso per l'armonia con cui collabora nei momenti più gravi.


Fukushima ha fatto vedere in che modo il popolo sappia reagire in armonia al momento della necessità. Eppure, nel caso degli hibakusha, la solidarietà nipponica è venuta meno.


Proviamo a dare uno sguardo a un altro fenomeno tipico del Giappone, l’ijime, che sarebbe il bullismo a scuola. È molto simile a quello della discriminazione degli hibakusha.


I giapponesi a cui ho chiesto un'opinione hanno detto che, più un popolo è orientato verso il gruppo, più è probabile il bullismo nei confronti di chi non è membro insorga. La solidità del gruppo viene promossa attraverso il culto dell’uniformità, che diventa un fine in sé. Chi non appartiene al gruppo viene tormentato perché tale violenza rafforza la coesione fra membri, mostrando l'alternativa.


Una spiegazione senz'altro plausibile e che sicuramente in qualche misura descrive gli eventi. Detto questo, vorrei far notare come spesso i lati più sgradevoli della cultura giapponese vengano descritti e criticati ma non spiegati, come se non ce ne fosse bisogno, come se l'essere giapponesi, essere altri bastasse per spiegare tutto.


Vorrei quindi tentare invece di mettere gli hibakusha in un contesto per spiegare la crudeltà con cui sono stati trattati. Non tenere presente dell'immenso trauma subito dell'intero paese, da Hiroshima e Nagasaki in generale e dai loro cittadini (senza eccezioni) in particolare è di per sé insensibile a dire poco.


Allontanare da sé un oggetto o persona causa di orrore è una reazione purtroppo umana che in persone molto indebolite è frequente, vedi i massacri di minoranze tedesche di tutta l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale.


Quei due lampi non distrussero solo la coscienza del grande vecchio, Hans Bethe, che rimase traumatizzato per il resto della sua vita a 9000 km da Hiroshima. Tutti i presenti quel giorno sono classificabili come sopravvissuti a una delle più grandi catastrofi della storia dell'essere umano.


Bisogna tenere presente delle immense sollecitazioni cui la società giapponese era stata soggetta in quegli ultimi 85 anni. In quel brevissimo lasso di tempo era caduto lo Shogunato, un'istituzione vecchia di due secoli e mezza, erano scomparsi i guerrieri e la loro società, dopo più di 700 anni di ininterrotto potere.


Era scomparso il Giappone come grande potenza ed erano comparsi gli americani, che non erano veramente gli occupanti benevoli che vogliono far credere di essere stati. La cerimonia di firma della resa sulla tolda dell'USS Missouri era stata progettata per essere il più umiliante possibile per i giapponesi e per l'imperatore in particolare.


Occorre tenere conto della fame che accompagnò la sconfitta. Infine, tenere presente il trauma di Hiroshima per il paese intero, per la provincia di Hiroshima in particolare e per i sopravvissuti, anche fisicamente indenni. Occorre contare anche il trauma subito dai tormentatori stessi, anche dal tessuto stesso delle società ferite che, per reazione, si lacerò.


La Hiroshima del dopo bomba doveva essere molto vicino all'inferno. Fra le macerie vivevano coloro che sarebbero stati i tormentatori del futuro. Si sapeva che quello che era successo era dovuto a una nuova tecnologia, un nuovo tipo di bomba, ma gli americani si tenevano molto abbottonati. Non sapendo cosa fosse e da dove venisse, non avendo familiarità con il concetto di radioattività e di contaminazione radioattiva, le vittime di questa maledizione mai vista reagirono con ogni sorta di castelli in aria, ritenendola non solo contagiosa, ma ereditaria.


Nello sforzo di risanarsi, le due città discriminarono e disconobbero proprio le vittime più sfortunate, quelle che portavano segni visibili delle radiazioni, aggravandone di molto il destino. I sani, per proteggere se stessi e i loro cari, istintivamente espulsero dal loro gruppo le vittime di questa nuova lebbra piovuta dal cielo. Per quello che mi riguarda, tutti sono meritevoli della nostra pietà.