• Alessio Gerola

Il prezzo dell’eccellenza. Sport, studio e salute mentale

Ci sono ambiti in cui è notoriamente difficile eccellere. Se nello sport non si inizia ad allenarsi con costanza fin da subito, sono pochi gli atleti in grado di raggiungere risultati prestigiosi. Similmente i musicisti più famosi spesso sono quelli che hanno iniziato a suonare da bambini e che non hanno mai smesso, dedicandosi anima e corpo alla propria arte. E anche nel mondo della ricerca e delle scienze traguardi importanti possono essere raggiunti solo a costo di numerosi sacrifici personali.

Per raggiungere l’eccellenza ed essere in grado di confrontarsi con i professionisti è dunque necessario lavorare duramente e a lungo, e i frutti di questi sforzi sono spesso destinati a premiare solo pochi fortunati e caparbi. Alcuni avvenimenti recenti hanno tuttavia scatenato un acceso dibattito sul prezzo di un’eccessiva pressione competitiva in termini di salute mentale ed equilibrio psicofisico di atleti e altri professionisti.


Il caso più emblematico è forse stato l’improvviso ritiro della celebratissima ginnasta statunitense Simone Biles dalle competizioni olimpiche di Tokyo 2020. The Greatest of All Time, com’è nota l’atleta al grande pubblico, ha inizialmente citato problematiche fisiche che l’hanno indotta a ritirare la propria partecipazione dalle gare.


Biles ha però rivelato in un secondo momento di avere difficoltà a gestire l’ansia generata dalle enormi aspettative nei suoi confronti e di star soffrendo per il forte stress. La ginnasta è stata inoltre vittima di uno scandalo di abusi sessuali che ha coinvolto numerose atlete della federazione americana di ginnastica. Il suo ritiro ha attirato critiche negative ma anche un forte plauso per il coraggio di anteporre la propria salute alla performance sportiva.


Rimanendo nell’ambito sportivo, altrettanto significativo è il caso di Naomi Osaka, tennista giapponese tra le più forti al mondo e tedofora che ha acceso la fiamma olimpica durante la cerimonia di apertura dei Giochi. Sorprendentemente eliminata al terzo turno, Osaka ha fatto parlare di sé nei mesi precedenti per essersi ritirata da importanti tornei internazionali a causa della pressione della stampa e della sua lotta con la depressione, questioni su cui l’atleta ha pubblicamente cercato più volte di porre l’accento.

Voci di protesta si sono sollevate anche dal mondo universitario. Durante il discorso conclusivo alla consegna dei diplomi della Normale di Pisa, a inizio luglio, tre studentesse della classe di lettere hanno esposto dure critiche contro il modo in cui funziona l’università oggi. Le studentesse puntano il dito contro diverse questioni: parità di genere, quantificazione dell’impatto della ricerca, precarietà del lavoro accademico. Problemi noti cui si aggiunge una struttura sistemica che induce fin dai primi anni ad una competizione esasperata nello studio e nelle pubblicazioni.


Mascherata sotto la retorica del merito, questa situazione contribuisce a creare condizioni di disagio fisico e psicologico negli studenti e nei ricercatori, che anche quando lasciano l’università continuano a soffrire di ansia, depressione e sindrome dell’impostore.


La denuncia si è scagliata dunque contro un’eccellenza ritenuta “incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”.


Nel dibattito generato da questi segnali di protesta contro una condizione generale di disagio non sono mancate le voci dei detrattori. È stato infatti imputato tanto alle atlete quanto alle studentesse di non essere all’altezza della propria posizione, tragicamente impreparate a gestire il pesante ma prevedibile carico emotivo e psicologico generato da ambienti fortemente esclusivi.


L’idea di fondo mossa da queste critiche sembra essere che una certa dose di malessere sia in fondo in qualche modo costitutiva della vita professionale in cerchie elitarie nello sport come nelle arti e nelle scienze. D’altronde no pain, no gain proclamava Jane Fonda negli anni Ottanta nei suoi videocorsi di fitness. Ma fino a che punto dovremmo essere disposti a pagare per l’eccellenza, soprattutto quando questo inizia a pervadere anche ambiti lavorativi quotidiani?


L’atteggiamento rappresentato dal motto no pain, no gain può essere emblematico in generale di quel tipo di società che il filosofo coreano Byung-Chul Han ha chiamato una Burnout Society (in italiano La Società della Stanchezza, Nottetempo), una società in cui i problemi psicologici individuali sono strettamente legati alle strutture sociali, culturali e tecnologiche che la reggono.

In questo contesto in cui i risultati contano di più del costo personale per ottenerli, Biles, Osaka e le studentesse della Normale hanno deciso di ristabilire con chiarezza i confini del proprio benessere psicofisico.


Simone Biles è stata in grado porre un deciso limite alle aspettative del pubblico, rifiutandosi di sacrificarsi in nome dello sport al contrario di altre ginnaste prima di lei. Le studentesse della Normale, che hanno potuto godere del privilegio di un’istruzione esclusiva, hanno puntato il dito contro le storture che mantengono in vita quel privilegio, denunciandone i costi umani e sociali.


Segnali forti e chiari che mettono in luce gli eccessi di una società che mira alla perfezione di una performance prima che al benessere delle persone. E che ci ricordano che dietro tutti gli oneri e gli onori ci siamo noi, con i nostri dubbi e le nostre fragilità, di cui non dobbiamo dimenticarci di prendercene cura.