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  • Immagine del redattoreElisa Egidio

L'Europa si affaccia sulle nuove intelligenze artificiali

"È una questione di vita o morte. Ma io posso fare questo miracolo". In Oppenheimer, nuovo film di Christopher Nolan, il fisico che realizzò la prima bomba atomica guarda con fascinazione e terrore alla sua invenzione. Non sa ancora se cambierà il mondo o se lo distruggerà.

La stessa vertigine che l’Unione Europea prova davanti all’intelligenza artificiale, chiave di accesso all’autonomia strategica e alla sovranità digitale necessarie per competere con le grandi superpotenze del momento, ma anche a un vaso di Pandora che cela spettri e incognite.


Spettri che non hanno diritto di cittadinanza in quello “spazio digitale sicuro e inclusivo” in cui il Piano strategico per il decennio digitale dell’Unione Europea sogna di trasformare l’Europa entro il 2030. Decisivo, in tal senso, il primo quadro normativo dell’UE sull’IA, elaborato dalla Commissione nell’aprile 2021 con l’obiettivo di analizzare e classificare i sistemi di intelligenza artificiale in base a criteri di rischio.

Tra le richieste dei deputati, forti salvaguardie per i casi in cui vengano utilizzati strumenti di intelligenza artificiale dalle forze dell’ordine, un divieto permanente di riconoscimento automatizzato delle persone negli spazi pubblici e la trasparenza degli algoritmi.

I modelli di base generativi come ChatGpt, inoltre, dovranno rispettare specifici requisiti di trasparenza come rivelare che il contenuto è stato generato dall’intelligenza artificiale, con esenzioni per le attività di ricerca e per i componenti forniti con open-source. I cittadini avranno inoltre il diritto di presentare reclami sull’utilizzo dei sistemi di IA e di chiedere spiegazioni in merito alle decisioni relative ad essi.


Divieti accolti nel primo voto ufficiale sul nuovo regolamento della Commissione l’11 maggio 2023, un precedente a livello mondiale nella definizione di un quadro normativo a tutela della privacy e dei diritti fondamentali dei cittadini. Un progetto orientato verso una definizione tecnologicamente neutra e uniforme per l’IA, da estendere in modo trasversale a tutti gli Stati membri.

Fatalista, riguardo a tale possibilità, Peter Vitanov, membro del Parlamento e relatore della seduta:

“La questione non è quella di capire se i sistemi di intelligenza artificiale siano in grado di portare a esiti discriminatori e razzisti. Poiché in realtà sappiamo già per certo che è così.”

A dargli ragione, il presunto razzismo di molti algoritmi di face recognition, programmati prevalentemente per il riconoscimento di uomini bianchi, a scapito dei soggetti che non rientrano in tale fattispecie. Eclatante il caso, riportato dal New York Times, di Robert Julian-Borchak Williams, arrestato dalla polizia perché scambiato da un algoritmo per un uomo che aveva rubato degli orologi in un negozio di lusso.


Un rischio che potrebbe essere drasticamente ridotto nel vecchio continente dalle cautele contemplate dal quadro normativo dell’Ue.


Problematica inoltre l’attribuzione di un’intelligenza a software e macchine. Una questione non solo terminologica. Il vantaggio dell’intelligenza artificiale, osserva infatti il filosofo Luciano Floridi in un saggio pubblicato sulla rivista Aut aut, deriva paradossalmente dall’aver rinunciato a essere intelligente.

“Le macchine non hanno imparato a ragionare come noi. Al contrario non cercano più di farlo e proprio per questo funzionano così bene”, ha commentato.

Banco di prova il test di Turing, superato, come mostra il film Ex machina, dalle macchine in grado di sostenere una conversazione senza far scoprire all’interlocutore la propria identità. Oggetto del test, secondo Floridi, non sarebbe dunque l’intelligenza propriamente intesa, ma la capacità di comunicare della macchina.


Comunicazione che, probabilmente, somiglia ancora ad una brutta copia di quella umana.

“Mancano d’ironia, sono ingenui, ma non abbastanza: non sono in grado di cogliere un’ingenuità ancora più grande”, scriveva un po’ di tempo fa su Internazionale il filosofo Slavoj Zizek riguardo all’Idiozia dei chatbot.


Ingenuità che rendono, paradossalmente, la comunicazione umana imprevedibile e quasi impossibile da emulare per un sistema incapace di deviare da binari rigidamente stabiliti. “Non salire mai più in macchina con gli sconosciuti, è molto pericoloso!” risponderebbe con poca fantasia ChatGpt alla ragazza hippie “mangia macrobiotico”, che in Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace racconta ad un amante occasionale una sua disavventura con uno psicopatico durante un autostop.


Difficilmente sarebbe in grado, come Samuel Beckett, di trasformare un equivoco in una fonte d’ispirazione. “Avanti”, disse Joyce mentre stava dettando a Beckett la stesura di Finnegan’s Wake, dopo che qualcuno aveva bussato alla porta. L’autore di Aspettando Godot trascrisse automaticamente quella parola, ancora oggi presente nell’opera.

Meglio dunque non riporre un’eccessiva fiducia in un cervello ben funzionante ma in tutto e per tutto disumano. “Non si può fare affidamento su una macchina,” ha infatti osservato lo stesso Vitanov, convinto che l’ultima parola spetti comunque agli umani.


Nessun algoritmo ha una bacchetta magica per creare dal nulla nuovi posti di lavoro, garantire un sistema sanitario efficiente e inclusivo o contrastare i rischi del web, almeno non senza l’integrazione di riforme strutturali e di un’educazione digitale capillare a tutti gli Stati membri.


In un’Europa veramente digitalizzata non si vive dunque di sola IA. Le istituzioni e i cittadini europei sono chiamati a costruirla giorno per giorno, fino a renderla uno spazio sicuro e inclusivo governato da teste pensanti e non da automi senza cervello e senza anima.

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