• Giovanni Beber

Le beduine del Negev si stanno prendendo la scena

Aden al-Hajoj è una volontaria diciottenne che insegna inglese ai bambini del villaggio di Umm Batin. Come lei molte altre donne padroneggiano l’uso di varie lingue e per questo riescono a trasmettere video in arabo, ebraico e inglese.


Aden si è filmata durante una dimostrazione nel villaggio in cui insegna e grazie al suo inglese fluente il video caricato sui social è diventato virale.


Grazie all’ampia diffusione ottenuta da video come il suo, l’attenzione mediatica internazionale si è catalizzata immediatamente sulle proteste dei villaggi beduini contro l’afforestazione del deserto del Negev da parte del governo israeliano.


Al centro delle proteste vi sono donne e ragazze e il loro coinvolgimento non è casuale, ma è di fatto la continuazione di una rivoluzione sociale e politica che le donne stanno portando avanti da anni.

La matrice della contesa tra governo e beduini è identitaria.


Gli abitanti dei villaggi sostengono che l'obiettivo delle autorità sia di costringerle a spostarsi per favorire l’aumento della popolazione israeliana nell’area del Negev. Israele ribatte che rendere verde il deserto, e il Negev in particolare, rappresenta lo spirito stesso della nazione, un progetto che si estende da e per generazioni.


Saja Aoda al-Atrash appartiene a una famiglia che sostiene di aver perso i propri terreni e durante le proteste di metà gennaio al villaggio di a-Sa’wa al-Atrash è stata arrestata insieme ad altre venticinque donne.


Gli arresti non hanno intaccato la sua determinazione e ai media ha risposto: “Gli arresti non ci hanno influenzato. Al contrario, le ragazze arrestate sono tornate ancora più determinate ad opporsi ai bulldozer la prossima occasione”.


L’identikit di queste figure femminili è quello di donne istruite e attive sui social, mezzo di comunicazione che utilizzano per diffondere immagini e filmati delle manifestazioni e della repressione israeliana.


Si mostrano in prima linea, al fianco di politici e veterani delle proteste, come parte di un fronte popolare che finora non aveva mai incluso le donne tra le proprie file.


Nonostante l’esclusione dalla vita pubblica, sono state proprio le donne ad assumersi la responsabilità di aiutare le altre. Nel tempo hanno iniziato a lavorare in ONG che promuovessero l’occupazione femminile, un’istruzione paritaria e l’indipendenza economica.


Così si sono presto accorte che era impossibile accedere a un’educazione migliore, senza infrastrutture pensate per favorire l’accesso a scuole e mezzi di trasporto pubblici: tutti problemi correlati alle condizioni dei beduini del Negev.


I centri urbani che Israele intende costruire sulle rovine dei villaggi beduini potrebbero offrire condizioni abitative migliori di quelle degli abitati attuali. Nonostante questo, il legame della gente con questi territori è molto profondo.


Donne come Aden e Saja oggi protestano al fianco degli uomini, consapevoli che gli strumenti tecnologici che hanno a disposizione permettono di tutelare i propri diritti e di diffondere globalmente le manifestazioni, rivendicando un’appartenenza che non è solo geografica, ma anche sociale e identitaria.