• Martina Seppi

Le Primavere Arabe: il caso dello Yemen

Ad oggi, lo Yemen versa in condizioni molto precarie. Secondo il centro di ricerca Arab Barometer, nel 2019 il 39% della popolazione era preoccupata principalmente per l’economia. Tuttavia, la maggior parte della popolazione (circa il 70%) pensa che la situazione economica migliorerà e il 46% pensa che il paese stia proseguendo sulla strada giusta.

Da un punto di vista di aperture commerciali, lo Yemen guarda molto di più ai vicini paesi arabi rispetto alle potenze straniere come Russia o Stati Uniti. Alcuni dati sono molto contraddittori: se da una parte il 66% degli yemeniti non ritiene che il governo stia offrendo molte opportunità di lavoro, l’80% della popolazione ha fiducia nel governo, ma il 67% della popolazione non è interessato alla politica. Sono numeri molto discordanti che riflettono la situazione precaria del paese e il fallimento ideologico e politico della primavera araba.


La primavera araba in Yemen ha avuto inizio nel gennaio del 2011, quando la popolazione chiese le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, che era al potere dal 1990. Il presidente Saleh aveva iniziato la sua carriera politica come presidente dello Yemen del Nord nel 1978 per poi diventare nel 1990 presidente di tutto lo stato dello Yemen unificato.


Il primo aspetto che salta all’occhio del presidente Saleh è l’impressionante durata dei suoi mandati. Se contiamo la sua carriera di politico pre-unificazione, Saleh è rimasto al potere per 34 anni. Ancora più impressionante è il consenso della popolazione: nell’elezione del 1999, Saleh vinse con il 96% dei voti, nonostante il tentativo dell’opposizione di boicottare il risultato. Nel 2011, Saleh fece passare un emendamento costituzionale per estendere il periodo presidenziale da cinque a sette anni e il mandato legislativo da quattro a sei. Quest'ultimo fu ottenuto con un referendum nazionale. Negli anni a venire, Saleh riuscì a consolidare sempre di più il suo potere in parlamento e nel 2006 fu di nuovo rieletto come presidente.


Sebbene la sua influenza politica sembrasse inarrestabile, l’esempio della primavera araba in Tunisia incoraggiò la popolazione dello Yemen a chiedere le dimissioni di Saleh che cercò di concedere favori economici al popolo per rabbonirlo. Fallito questo tentativo, il presidente si affidò alla retorica “noi oppure il caos”. Tuttavia, la richiesta di dimissioni crebbe talmente tanto, che persino alcuni ufficiali dell’esercito yemenita si unirono alle proteste. La tensione crebbe fino all’aprile del 2011, quando Saleh accettò un piano di transizione politica promosso dal Concilio di Cooperazione del Golfo, che gli assicurava l’immunità qualora si fosse ritirato dalla vita politica. Il piano di transizione non fu mai però messo in atto, dato che Saleh rifiutò di firmare l’accordo all’ultimo momento. Come risultato, ulteriori scontri armati scoppiarono nella città di Sanaa (dove Saleh risiedeva) tra le forze di opposizione e le milizie a lui fedeli.


Nel giugno 2011, Saleh fu gravemente ferito dagli oppositori e ripiegò in Arabia Saudita per cure mediche. Al suo posto, prese il governo Abd Rabbuh Manour Hadi che nel novembre dello stesso anno divenne il nuovo presidente dello Yemen, dopo che Saleh firmò il documento di transizione politica in cambio dell’immunità. Questo fatto non portò alcuna stabilità politica in Yemen. Hadi divenne presidente nel 2012, ma due anni più tardi, Saleh si alleò con i ribelli Houthis, un gruppo affiliato agli sciiti di Zayidi del nord del paese, contro Hadi, dando inizio ad una guerra civile che è ancora in corso.


Oltre alla motivazione politica, la primavera araba in Yemen è anche il risultato di un malcontento economico prolungato. Sebbene gli anni 70 portarono grandi avanzamenti politici in Yemen, alcuni settori rimasero sottosviluppati a causa della sua conformazione territoriale. Per esempio, solo il 3% del paese è coltivabile, soprattutto nell’ovest, ma la maggior parte degli yemeniti vive di agricoltura. Il paese, tuttavia, puntò molto sull’estrazione del gas naturale e del petrolio che non fu comunque sufficiente a costruire un sistema economico florido. Infatti, lo Yemen rimane ancora oggi uno dei paesi più poveri al mondo e non solo a causa del conflitto civile che sta ancora imperversando.


Lo Yemen subì una pesante inflazione tra gli 70 e 80 a causa della massiccia importazione di beni alimentari dall’estero e una forte emigrazione della forza lavoro a causa della scarsità di impiego e del costo della manodopera. Sempre negli anni 80, il sud dello Yemen iniziò a nazionalizzare il mercato immobiliare, bancario e industriale dell’intero paese.


Negli anni 90 entra in gioco di nuovo Saleh. Con l’intento di stabilizzare l’economia, il presidente firmò un accordo con la Banca Mondiale e con il Fondo Monetario Internazionale per promuovere delle riforme economiche e fiscali in cambio di aiuti ed incentivi economici. Alcune delle riforme molto impopolari del presidente consistevano in: l’eliminazione di alcuni sussidi statali e il ridimensionamento del settore pubblico.


Queste riforme colpirono le categorie sociali più fragili e mossero i primi risentimenti verso Saleh. Queste riforme ebbero comunque successo e permisero allo Yemen di inaugurare nel 1999 un nuovo porto di container nella città di Aden e a puntare su un’economia a zona franca. Come abbiamo visto, questo non fu sufficiente a rendere il paese stabile dal punto di vista sia economico sia politico.


Sebbene il quadro politico ed economico del paese non sia rassicurante, l’ottimismo e la speranza di quel 70% della popolazione yemenita è un forte indicatore della volontà di guardare al futuro e di lottare per un domani migliore. Come dice il saggio, la speranza è l’ultima a morire e in Yemen la speranza è forte, forse come mai prima d’ora.