• Chiara Bertamini

Un'alleanza inaspettata: Confucio e il Partito Comunista Cinese

Dopo decenni di ostracismo nei confronti del pensiero tradizionale, la leadership cinese torna a recuperare i fondamenti del confucianesimo. In particolare, il Presidente Xi Jinping e il suo predecessore Hu Jintao hanno dimostrato uno spiccato interesse verso questa corrente filosofica. Ma quale legame può esserci tra il Partito Comunista Cinese (PCC) e Confucio?

Il progetto di Pechino è quello di incorporare degli elementi della tradizione confuciana nel “socialismo con caratteristiche cinesi”. Ne risulta dunque una commistione tra il pensiero marxista-leninista, un certo grado di liberismo e le teorie confuciane.


Il confucianesimo è una corrente di pensiero che propose una sofisticata dottrina morale e sociale in risposta alla grave crisi politica preimperiale. Dopodiché, venne proclamato filosofia di stato e rimase tale per tutta la durata dell'impero, caduto nel 1912.


Oggi il PCC non considera più il confucianesimo come un freno alla modernizzazione, ma un forte promotore di coesione sociale.

Ad esempio, uno dei cardini del mandato di Xi Jinping è la costruzione della cosiddetta “società armoniosa” attraverso la lotta alle diseguaglianze.


In una società di questo tipo, l'individuo ha il dovere di sviluppare il proprio potenziale per metterlo al servizio del prossimo. Così facendo, riesce a trovare il proprio posizionamento nella società. La convinzione per cui il singolo può dare il meglio di sé solo nella collettività è anche alla base dell'etica confuciana.


Nell'opera attribuita a Confucio, i Dialoghi, si legge:

“Che il sovrano agisca da sovrano, il ministro da ministro, il padre da padre e il figlio da figlio”.

Dunque, una volta riconosciuta la propria collocazione sociale, è necessario attenervisi e rispettare il ruolo altrui. Come il grande maestro, Xi Jinping ritiene che il rispetto per le gerarchie sia un elemento imprescindibile per il mantenimento della stabilità.


Il confucianesimo si è rivelato uno strumento fondamentale anche nelle strategie di soft power. In questa fase della sua storia, la Cina necessita un'immagine rassicurante per porsi come leader e adombrare l'egemonia statunitense. Per farlo, ha deciso di puntare sul suo patrimonio culturale, su cui la corrente confuciana ha un'influenza paragonabile a quella del cristianesimo in Occidente.


D'altronde, “La cultura è soft power”, come disse il Ministro della Cultura Cai Wu nel 2011. È il biglietto da visita con cui la Cina si presenta al mondo.

Sul piano internazionale, ciò favorisce i rapporti tra la madre patria e le comunità cinesi all'estero, attira il turismo straniero e facilita i rapporti diplomatici.


Gli Istituti Confucio, istituzioni governative che promuovono la cultura cinese all'estero, ne sono un fulgido esempio. Le sedi di quest'organizzazione offrono corsi di lingua e altre attività didattiche. Inoltre, promuovono la collaborazione tra le università cinesi e quelle dei Paesi che le ospitano, creando così delle vie di comunicazione costante.

Per concludere, il riavvicinamento al confucianesimo da parte del governo cinese sottintende indubbiamente un utilizzo strumentale della cultura. Lo scopo è l'affermazione del potere sia sul piano interno che su quello estero. D'altronde, la tradizione confuciana ha delle forti connotazioni politiche e l'establishment se ne è sempre servita, nonostante i mutamenti nelle istituzioni.


Il confucianesimo è stato in grado di riemergere evolvendosi in un sistema di pensiero più che mai attuale nel contesto cinese contemporaneo. Dopo tutto, se è riuscito a sopravvivere a due millenni di storia, perché il Partito Comunista Cinese non dovrebbe trarne ispirazione per resistere alla prova del tempo?