• Chiara Zannelli

DAD e divario digitale. Parola agli insegnanti

La pandemia di Coronavirus ha rappresentato una situazione inedita di fronte alla quale il mondo della scuola ha dovuto reinventarsi completamente.

Le scuole primarie in particolare, dove i rapporti umani sono parte integrante del percorso di apprendimento, sono state in gran parte svuotate del loro ruolo durante le attività di Didattica a Distanza imposta nel corso del 2020.

I bambini hanno imparato a conoscersi dietro ad uno schermo, e la loro esperienza formativa è dipesa in gran parte dai mezzi a loro disposizione e dalla possibilità di ricevere supporto dalle famiglie nell’utilizzarli.


Gli interventi posti in essere delle scuole per diminuire il divario digitale tra gli studenti hanno avuto modalità e tempistiche diverse, anche a causa della mancata predisposizione di linee guida nazionali durante l’emergenza. Gli insegnanti hanno sentito sulle proprie spalle la responsabilità dell’educazione dei bambini e hanno elaborato diverse soluzioni per far quadrare la DAD, cercando di assicurare continuità e inclusione. Attraverso quattro interviste parallele si è provato a ricostruire il ruolo giocato dalla tecnologia nelle scuole primarie nel corso degli ultimi anni.


Per quali attività è stato indispensabile l’utilizzo di internet durante la DAD e per quali lo è ancora quotidianamente?

A: Durante la DAD è stato tutto online: il registro elettronico, il rapporto con i genitori e con i bambini. È avvenuto tutto con i meeting, le mail e le video lezioni. Anche i compiti a casa hanno cominciato ad essere assegnati su Google Classroom, quindi ai bambini era richiesto l’utilizzo di internet anche in autonomia.

Al di fuori della DAD internet lo usiamo sempre per far vedere video e leggere storie sulla LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e per fare esercizi di tutte le materie.

Stiamo continuando anche ad usare le risorse che hanno dato maggiori risultati durante la DAD, tra cui proprio Classroom. Siamo diventate matte per imparare ad usarle, e ora non le molliamo.


B: Nella mia scuola le dotazioni tecnologiche sono ancora limitate. In questi ultimi anni c’è stato uno sforzo per dotare di LIM il numero maggiore possibile di classi, ma si è data la priorità alla scuola media. Quindi la mia classe quando è iniziato il primo lockdown non aveva mai nemmeno utilizzato una LIM e abbiamo dovuto inventare tutto da zero, compresi gli account digitali per i bambini. Fortunatamente c’è stato un grande supporto da parte delle famiglie, che li hanno aiutati ad interagire con le piattaforme e i collegamenti video.

Inizialmente abbiamo utilizzato una sorta di bacheca online in cui inserire foto e disegni, per creare condivisione all’interno della classe. Poi ci siamo serviti di alcuni siti gratuiti per fare giochi di parole e di matematica.

È risultato molto più difficile usare le offerte delle piattaforme di Google, perché mi mancava la formazione necessaria. Ho dovuto imparare e adesso che finalmente abbiamo una LIM a volte le utilizziamo anche in classe durante le lezioni.

Però ammetto che siamo indietro, continuiamo a preferire carta e penna.


C: Durante il lockdown la tecnologia è stata indispensabile. Abbiamo iniziato da subito ad utilizzare Google Meet per poterci interfacciare con la classe e per il lavoro di coordinamento tra gli insegnanti. Fortunatamente avevamo già attivato Google Workspace nel nostro istituto.

Per le attività didattiche inizialmente abbiamo usato Padlet, è stato utile perché era gratuito e forniva un’interfaccia simpatica per i bambini. Poi con il passare dei mesi abbiamo attivato e imparato ad usare le altre applicazioni, come Google Classroom.

Alcune classi delle medie l’avevano già attivato l’anno precedente nel corso di una sperimentazione, e pian piano si sono aggiunti tutti.

Quest’ultimo anno sono stati spesso i bambini a chiedermi di ritornare agli strumenti che avevamo utilizzato durante la DAD, e alcune piattaforme sono diventate parte integrante del lavoro in classe, permettendoci anche di salvare progetti che altrimenti non avrebbe potuto realizzarsi.

Ad esempio, il Consiglio Comunale dei Ragazzi è stato realizzato creando un corso su Classroom, in cui i bambini rappresentanti di classe hanno potuto riunirsi e discutere a distanza.


D: Durante il lockdown internet lo abbiamo usato per le lezioni e per raccogliere e condividere materiale sul quale i bambini potessero lavorare. La scuola ha consigliato alcuni siti da cui attingere schede, video, documentari e risorse che potessero integrare la DAD.

Quest’ultimo anno invece lo abbiamo svolto sempre in presenza, salvo il mese in cui tutti ci siamo fermati, e avendo la LIM in classe abbiamo potuto continuare ad usare siti e giochi per stimolare le competenze dei bambini, spesso su richiesta degli stessi studenti che si erano appassionati.


Ci sono stati bambini che hanno avuto difficoltà o impedimenti nel seguire le lezioni a distanza?

A: Dipende dalle scuole. Io sono maestra di religione e insegno in diversi istituti, ho visto che la situazione cambiava molto a seconda del contesto scolastico.

Ad esempio, in una delle scuole ci sono molti bambini stranieri e alcuni di loro non hanno più seguito durante la DAD, non venivano più e non riuscivamo nemmeno a contattare i genitori.

Si sono distanziati perché non avevano gli strumenti necessari. Abbiamo perso anche alcuni bambini italiani, quelli provenienti dalle famiglie più in difficoltà, come quelle nelle quali lavorava soltanto un genitore o in cui entrambi avevano perso il lavoro a causa della pandemia e che non riuscivano a fornire al figlio gli strumenti e le attenzioni necessarie.


B: No, devo dire che noi abbiamo una classe dove le famiglie si sono date tantissimo da fare e non abbiamo perso nessuno. Non è stato facile con alcuni, e a livello didattico abbiamo fatto poco durante il lockdown, anche a causa del ritardo e delle difficoltà nell’usare le piattaforme.

Però negli incontri che abbiamo organizzato, di carattere affettivo-relazionale più che contenutistico, hanno sempre partecipato tutti. La sera mandavamo email ai genitori spiegando come si sarebbe svolta lezione del giorno successivo, in modo che potessero preparare i bambini con tutto il materiale necessario.

In tutta la scuola sono stati pochissimi i casi dei bambini che non si sono fatti vivi durante la DAD.


C: Nella mia classe abbiamo avuto praticamente un’adesione al 100%.

Qualcuno si è perso più che altro nelle consegne dei compiti, io infatti avevo una quinta e richiedevo loro un passetto in più, volevo che sapessero maneggiare Classroom. Con uno studente nigeriano in particolare abbiamo riscontrato difficoltà in questo, ma alla fine abbiamo trovato un modo alternativo per fargli fare gli esercizi. Nel suo caso tra l’altro c’erano più aspetti problematici che si sommavano, e doveva anche spartire gli strumenti informatici con i fratelli.


D: Nella mia classe le difficoltà maggiori le hanno riscontrate gli studenti stranieri. I genitori non parlavano italiano, quindi ho dovuto insegnare direttamente ai bambini come fare, guidandoli da zero, passo a passo. Uno dei miei studenti purtroppo ha smesso di presentarsi a lezione, nonostante tutti i nostri tentativi di sostegno e inclusione.



Quali sono stati i principali ostacoli che hanno impedito un accesso paritario alla didattica a distanza per le famiglie?

A: La mancanza di strumenti, perché inizialmente la direzione non riusciva a fornire a tutti computer o tablet. Chi non aveva accesso alla rete wi-fi spesso partecipava con il cellulare dei genitori, ma c’erano anche famiglie che non riuscivano a permettersi le ricariche del telefono. Sicuramente il primo ostacolo è stato quello economico, poi ci sono state anche famiglie che avrebbero potuto accedere alle risorse, ma durante la DAD hanno lasciato i figli a loro stessi, non dando loro il supporto necessario per seguire le lezioni.

B: Diciamo che c’era chi partecipava con il telefono, chi con il tablet e chi con il pc di ultima generazione. Però tutti partecipavano. Abbiamo anche organizzato lezioni per studenti singoli o per piccoli gruppi, ogni giorno e a qualsiasi ora, così da venire incontro alle esigenze delle famiglie. Molti infatti lavoravano da casa e avevano bisogno del computer, o avevano più figli con orari che si sovrapponevano, occupando tutti i dispositivi e causando problemi di connessione.

Per gli incontri di classe in cui era richiesta la presenza di tutti i bambini davamo largo anticipo, così che i genitori riuscissero ad organizzarsi.


C: Qualcuno ha avuto difficoltà di connessione, ma bisogna dire che Google Meet funziona benissimo anche sui cellulari. Poi ci sono stati problemi di lingua, ad esempio lo studente nigeriano si è trovato in difficoltà perché nonostante la scuola avesse fornito dei tutorial con i vari passaggi, il suo computer era settato in inglese e i tasti non corrispondevano. Inizialmente abbiamo dovuto seguirlo in ogni step, poi nel giro di qualche giorno è riuscito a collegarsi come gli altri.

In generale comunque abbiamo cercato di stabilire degli orari che evitassero le sovrapposizioni tra le diverse classi, sapendo che in alcune famiglie vi erano molti figli e pochi devices.


D: Il problema maggiore è stato la mancanza di strumenti. Inizialmente alcuni facevano tutto attraverso il telefono: si collegavano ai meeting, scrivevano, compilavano le schede, e non era né semplice né pratico per loro. Anche tra le famiglie benestanti, in alcuni casi, abbiamo visto come ci fossero tanti telefoni ma nessun pc o tablet. Solo dopo il primo anno di DAD c’è stata una sorta di “corsa alla digitalizzazione” delle famiglie.


Queste difficoltà si sono presentate anche dal lato degli insegnanti?

A: Si, il primo anno è stato un disastro. Le insegnanti più giovani, fino ai 35-40 anni, non hanno avuto alcun problema, ma dovevano costantemente aiutare quelle dai 50 in su.

Ricordo crisi di pianto, nottate insonni, persone che volevano lasciare il lavoro.

Ci siamo trovate all’improvviso a dover imparare un nuovo mestiere, sempre con l’ansia di fare il più possibile per i bambini e soddisfare le aspettative dei genitori.

Io sono riuscita a lavorare perché i miei figli mi hanno insegnato ad usare bene internet, altrimenti avrei dovuto passare le notti a studiare. Noi siamo maestre, non usiamo il computer tutto il giorno, non siamo preparate per quello. Però o si faceva così o non si faceva nulla.

Quest’ultimo anno abbiamo fatto soltanto un mese di DAD, ed è andata un po’ meglio, perché avevamo l’esperienza dell’anno prima.


B: Direi proprio di sì. Non ti nascondo che anche io ho avuto problemi, un po’ per la mia età anagrafica, ma anche perché di corsi ne avevamo fatti veramente pochi. Ci siamo dovute arrangiare. Io ho potuto contare sull’aiuto di mio marito e dei miei figli, e alcune colleghe più pratiche hanno dato il loro apporto agli insegnanti anziani, più resistenti all’innovazione.

C’è stato qualcuno che ha speso patrimoni in telefonate, chiamando i bambini ad uno ad uno, pur di non mandare una mail. Io capisco, perché cambiare completamente non era facile, ma alla fine devo dire che tutti si sono adattati.

Un corso serio lo abbiamo fatto solo alla fine della prima esperienza di DAD, per assicurarci che nel caso in cui la situazione si fosse ripresentata non ci avrebbe trovati impreparati.


C: Si, le difficoltà ci sono state. Erano anni che alcune di noi premevamo per attivare Classroom e utilizzare Google Drive a livello di istituto, ma c’è sempre una certa resistenza. Tra l’altro avevamo anche fatto un questionario alla fine del 2019 per stabilire quali potessero essere le priorità di aggiornamento, e la formazione su drive e Google Suite era finita all’ultimo posto.

Noi continuavamo a spingere e cercavamo tutte le occasioni per poter introdurre nuovi strumenti, ma devo dire che alcune resistenze erano comprensibili. Considera che fino a tre anni fa io lavoravo con quella che era stata la mia maestra alle elementari. Come lei ci sono molti insegnanti alla soglia della pensione che non hanno mai avuto formazione rispetto a queste risorse, e non posso biasimarli. Negli ultimi anni però fortunatamente c’è stato un rinnovo del parco insegnanti e quest’anno per la prima volta trovo anche colleghe di ruolo più giovani di me (e io ho 47 anni, non sono una bambina).

Comunque un po’ a tutti inizialmente mancavano le conoscenze e le competenze per usare questi strumenti. Abbiamo fatto tanta formazione interna, e abbiamo dovuto lavorare tanto.

L’anno scorso, durante il lockdown, riuscivo a cominciare i lavori per la mia classe solo verso le 9 di sera. Il resto del giorno lo passavo rispondendo alle colleghe e genitori che avevano bisogno di aiuto. Però, se vogliamo trovare un aspetto positivo a questa vicenda terribile, penso che abbia trainato la scuola italiana fuori dal medioevo, dal punto di vista digitale.


D: Io all’inizio ero impacciatissima, erano piattaforme che non avevo mai visto, ma il primo anno è stato complesso per tutti noi docenti. Io ho avuto la fortuna di avere in casa due ragazzi che bene o male mi spiegavano, ma altre colleghe che non avevano mai utilizzato prima un computer si sono ritrovate in una difficoltà enorme. Nel corso dei primi mesi abbiamo potuto fare dei corsi di formazione con dei professionisti che ci hanno indicato quali fossero i siti più sicuri.


Si riscontrano effetti evidenti sull’apprendimento causati della disparità dei mezzi digitali a disposizione?

A: I più deboli ci hanno rimesso, non hanno più partecipato alle lezioni e rischiano di trascinarsi a lungo i vuoti di quei mesi. I più volenterosi, nonostante tutto, fortunatamente hanno recuperato, perché i bambini alla fine se la cavano, sono più bravi di noi.


B: Si, senza ombra di dubbio. Intanto è emerso in modo macroscopico l’antidemocraticità della scuola fatta in questo modo. Non è per niente inclusiva, non è per niente la scuola che voglio e che penso sia la scuola giusta. Chi ha le famiglie alle spalle, i dispositivi e la connessione può seguire, chi non li ha si deve arrangiare. Inoltre i bambini che hanno delle difficoltà di attenzione, che purtroppo sono sempre di più, risentono moltissimo della DAD fatta in questo modo.


C: Non si può dire che questa esperienza abbia fatto male o bene a tutti nello stesso modo, ognuno ha risposto in maniera diversa. Io ho cercato di farli lavorare in gruppo e fornire gli strumenti perché potessero interfacciarsi tra loro alla pari, ma quelli che tendevano a non fare nulla prima hanno trovato il modo per non fare nulla anche in questa situazione. Anzi ho avuto l’impressione che con la scusa del mezzo e delle difficoltà tecniche qualcuno abbia proprio tirato i remi in barca. Altri mi hanno stupita, si sono dati molto da fare e sono stati anche stimolati dalla situazione nuova e dalle possibilità dei nuovi strumenti.


D: Si, soprattutto perché in molti casi c’è stata una coincidenza tra i bambini con difficoltà di accesso ai mezzi e difficoltà di apprendimento, che ha reso ancora più difficile comprendere come andare incontro alle esigenze specifiche di ciascuno di loro.


Quali interventi ha predisposto la scuola a sostegno delle famiglie durante il lockdown?

A: Erano previsti aiuti per chi li richiedeva, ad esempio la distribuzione di computer e tablet. Alcuni però non erano interessati, dicevano “ormai per quest’anno è andata così”. Molto è dipeso dalle capacità del dirigente. C’è chi ha veramente tentato di aiutare tutti, chiamando le famiglie più in difficoltà e quelle dei bambini che si stavano perdendo, spiegando che avrebbe messo a disposizione gli strumenti necessari. Si è cercato di rispondere ad ogni esigenza e alcuni hanno fatto davvero l’impossibile, mancava soltanto che andassero a suonare al campanello di casa.


B: Sono stati dati in comodato d’uso tantissimi computer portatili, tablet e saponette wi-fi per aiutare le famiglie che erano in difficoltà, anche se sempre con un occhio di riguardo alle scuole medie. Bastava fare richiesta, il genitore doveva andare in segreteria per firmare una richiesta in cui si impegnava a trattare bene il dispositivo e restituirlo alla fine dell’esperienza e ne sono stati dati davvero molti.


C: Come indicato dalla normativa, noi abbiamo dato in comodato d’uso i pc e i tablet della scuola. Il ministero aveva stanziato fondi per acquistare nuovi strumenti e abbiamo utilizzato anche le risorse che avevamo già. L’anno scorso siamo stati aiutati dalla protezione civile per distribuirli alle famiglie, ma in alcuni casi sono andata anche io personalmente perché qualcuno non aveva capito e aveva fatto richiesta in ritardo. Tra l’altro abbiamo lasciato gli strumenti alle famiglie che continuavano ad averne bisogno fino alla fine di quest’anno, e di recente ne abbiamo consegnati altri che siamo riusciti ad acquistare grazie ad un bando.


D: L’istituto ha fatto un sondaggio per capire quali famiglie avessero bisogno di strumenti informatici di supporto e ha provveduto poi a distribuire i computer ottenuti grazie ai fondi del ministero.


Sono state pensate anche iniziative per formare i genitori?

A: Si, la direzione ha realizzato alcuni tutorial e incontri. Poi quando necessario i genitori si aiutavano tra loro, oppure i rappresentanti contattavano noi maestre. In quei giorni eravamo sempre attaccate al telefono fino alla sera tardi. Era una cosa nuova per tutti, ma andava fatto e immediatamente.


B: Veri e propri corsi di formazione ai genitori non sono stati fatti. Noi maestre e la segreteria ci siamo impegnate per fornire tutte le spiegazioni necessarie a chi telefonava riscontrando difficoltà nell’utilizzo degli strumenti e nella gestione degli account dei bambini.

Nei rari casi in cui i bambini non si presentavano durante la DAD, perché non avevano modo di partecipare o perché i genitori non capivano la lingua, la dirigente si è fatta viva personalmente.


C: Si, abbiamo fatto formazione per l’istituto e per le famiglie. Io faccio parte del team dell’innovazione, e ne ho curato alcuni passaggi. Abbiamo formato i colleghi, ci siamo auto-formati noi, poi abbiamo creato dei tutorial per i genitori, perché era più facile che incontrarli ad uno ad uno. I docenti che si sentivano più sicuri hanno organizzato anche degli incontri in Meet, per mostrare le cose essenziali.

Con le famiglie c’era una linea aperta durante il lockdown: in quel momento di emergenza sono saltate tutte le barriere che c’erano con i genitori (tra cui non dare i numeri di telefono personali). Con alcuni, specie i bambini stranieri che necessitavano di supporto maggiore, c’è stato un rapporto quasi quotidiano.


D: Abbiamo organizzato delle riunioni per sensibilizzare i genitori sul cyber bullismo e sui pericoli di internet, cercando di spiegare come monitorare le attività dei bambini dato che ormai avevano imparato ad usare gli strumenti da soli e meglio dei genitori. Ad esempio nella mia quinta avevano imparato ad usare i mezzi talmente bene che erano riusciti a creare una chat su Google Suite soltanto tra di loro. La usavano per parlare durante la lezione, prendendo anche di mira alcuni studenti. Appena me ne sono accorta ho chiamato la rappresentante di classe, spiegando la situazione e cercando di far capire che i genitori non potevano lasciare i bambini totalmente senza vigilanza.


Quali strumenti sono stati posti in essere per i bambini con disabilità? Hanno potuto proseguire i momenti di interazione con il resto della classe durante l’emergenza Covid?

A: L’isolamento l’abbiamo evitato il più possibile, li vedevamo insieme al resto della classe. Tra l’altro erano tra i bambini con i genitori più partecipi, il che rendeva tutto molto più facile. Poi c’erano anche dei momenti di rinforzo in cui si vedevano soltanto con la maestra di sostegno.


B: Noi abbiamo un bambino con un deficit mentale medio-grave, e tutto il lavoro che si era fatto in classe per lui era soprattutto di tipo sociale e relazionale. Al di là di uno schermo risultava complicatissimo mantenerlo, soprattutto perché la sua famiglia stava vivendo una situazione di difficoltà particolare e non era ben attrezzata.

Normalmente questo bambino ha delle ore di sostengo in classe, che però non coprono l’intero orario di permanenza a scuola. In quelle rimanenti sono intervenute delle operatrici socio-sanitarie, che hanno potuto raggiungerlo a casa durante la pandemia. Questo ha facilitato i contatti, perché l’operatrice gestiva il bambino nei momenti in cui ci si trovava tutti insieme.

Confesso che tentare di mantenere l’interazione con la classe è stato un po’ fallimento…però quando quest’anno siamo tornati in zona rossa è stato possibile farlo venire in presenza.

Io andavo a scuola e mi collegavo a distanza con la classe mentre lui e gli altri bambini con maggiori difficoltà erano insieme a me, per cercare di salvaguardare l’aspetto dell’inclusione.


C: L’anno scorso avevo in classe un bambino con dei problemi legati al disturbo dell’apprendimento, che nel contesto della classe tendeva a perdersi, non riuscendo a trovare il suo spazio. Al contrario durante la DAD è stato uno di quelli che è riuscito a fare di più e si è organizzato meglio, anche grazie alla forte presenza dei genitori.


D: Nella mia classe c’erano due bambine autistiche non gravi, che quindi hanno potuto frequentare normalmente con la presenza costante dei genitori. Per permettere un’interazione maggiore e per aiutarle a seguire si è pensato di dividere la classe in due, in modo che nelle riunioni ci fossero meno partecipanti e meno caos.


Pensi che con gli anni il divario digitale tra i bambini sia destinato a rientrare completamente, oppure chi oggi parte svantaggiato rischia di vedersi precluso l’accesso a opportunità e risorse di qualità in futuro?

A: Secondo me i bambini fanno presto ad inserirsi nei meccanismi nuovi delle cose, appena hanno un cellulare già riescono a fare tutto da soli. Inoltre è da quando sono piccoli che nelle scuole entrano in contatto con strumenti come la LIM e anche chi non ha ancora avuto l’opportunità di usare un computer, appena ce l’avrà penso riuscirà a rimettersi in pari.


B: È una domanda difficile. Con il passare delle generazioni risulta sempre più evidente quanto questi bambini siano digitali, per il semplice fatto che vengono esposti in modo sempre maggiore a questi strumenti. La differenza, però, sta nel come li usano.

Quindi se mi chiedi se secondo me ci sarà un divario dal punto di vista delle abilità manuali e pratiche, direi di no. Mentre penso che sarà evidente un divario dal punto di vista culturale e dell’apprendimento, perché bisogna insegnare loro anche come usare questi strumenti, guidarli ad un utilizzo intelligente della tecnologia.

Poi c’è un grosso lavoro da fare anche per spiegare come schermarsi rispetto a certe storture di internet. Molti bambini non sono in grado di capire i rischi e i pericoli in cui possono incorrere, e l’età in cui vi vengono esposti si abbassa sempre di più. Noi da anni stiamo cercando di creare consapevolezza, ma siamo sempre lì: chi ha le famiglie alle spalle se la caverà. Gli altri se la caveranno dal punto di vista pratico, ma temo non dal punto di vista della qualità delle loro interazioni online.


C: Io mi auguro che con il tempo il divario si assottigli. Attualmente c’è ancora una certa difficoltà, e non riguarda solo le famiglie che hanno un disagio economico, o le famiglie straniere. In realtà per queste il divario si può risolvere facilmente se vengono realizzate politiche di welfare.

Io trovo quasi più complesso creare una cultura nell’uso delle tecnologie, perché molte persone ne fanno un uso inconsapevole. Sono rimasta stupita nel vedere famiglie benestanti e ben integrate, fossero contrarie all’utilizzo dei mezzi informatici, o si siano trovate in difficoltà perché abituate ad usare la tecnologia solo come passatempo, per acquistare online e per giocare.

Alcuni esercitano una resistenza a prescindere, anche ora che la scuola sta introducendo il pagamento con PagoPA molti genitori sono già in preda al panico, e combattono strenuamente questa iniziativa nonostante non sia ancora stata introdotta.


D: Sicuramente la DAD ha costretto i bambini ad imparare come utilizzare gli strumenti informatici, e da questo punto di vista nei prossimi anni si troveranno tutti avvantaggiati.

Però, in generale, non penso che partire da una situazione di difficoltà impedisca necessariamente di mettersi al passo, e ne ho avuto la prova nel corso del lockdown. Due bambine nella mia classe mi hanno dimostrato che volere è potere. Nonostante i problemi socio-economici, la difficoltà con la lingua e la mancanza di aiuti alle spalle, ho visto quanto ci tenevano e per aiutarle ho fatto tutto il possibile. Le chiamavo anche la sera alle 10 per spiegare loro come utilizzare il pc e per aiutarle là dove erano rimaste indietro. Alla fine entrambe sono riuscite a passare l’anno con ottimi voti, e ora stanno per cominciare le scuole medie. È una grande soddisfazione per me, e continuo a sentirle per messaggio ogni volta che ne hanno bisogno.

Però non era scontato che andasse così: nella mia classe c’è stato anche un bambino al quale dovevo continuamente correre dietro, che nonostante tutti i miei tentativi spesso smetteva di rispondermi e anche quando partecipava era totalmente disinteressato.

Quando trovi qualcuno disposto a credere in te ma non hai l’interesse nel lasciarti aiutare non c’è niente da fare. Non basta il supporto, è come parlare ad un muro.

Quindi credo che non sia impossibile colmare il divario, ma è necessario averne davvero la volontà ed essere disposti a mettercela tutta.