• Chiara Zannelli

Lontani dagli occhi. Donne e uomini ridotti in schiavitù nelle campagne italiane (PT1)

Aggiornamento: ago 11

Morti bianche, causate del caldo e dell’eccessivo sforzo fisico, ma anche dalla disperazione, dal degrado e dall’indifferenza. Secondo un’inchiesta realizzata nel 2018, sarebbero almeno 1500 i lavoratori deceduti nell’arco di soli sei anni a causa dello sfruttamento della manodopera agricola.

Il fenomeno riguarda centinaia di migliaia di persone costrette a vivere in condizioni para-schiavistiche ed è riemerso nel dibattito nazionale lo scorso 24 giugno, a seguito della morte di Camara Fantamadi nelle campagne brindisine.


Il ventisettenne originario del Mali aveva appena concluso un turno nei campi, quando è stato colto dal malessere che lo ha ucciso.


Soltanto una settimana prima, Goumin Zhou, cinquantasettenne di origine cinese, era stato colpito da infarto mentre lavorava in una risaia della provincia di Pavia.


Non solo stroncati da un malore. Anche uccisi dai macchinari. Annegati nelle cisterne. Bruciati dentro alle baraccopoli. Investiti e lasciati morire per strada. Aggrediti dal “padrone” per aver avanzato troppe pretese. Puniti dalle mafie dopo aver parlato con giornalisti o sindacati. Torturati per goliardia e razzismo. Suicidi. Tutti vittime del caporalato.


Cos’è il caporalato?

Il termine indica un sistema criminale di organizzazione e reclutamento della manodopera agricola, attraverso cui i datori di lavoro sfruttano braccianti pagati a giornata.


Il ruolo chiave è svolto dagli intermediari che gestiscono il traffico dei lavoratori e formano le squadre per la raccolta, chiamati appunto “caporali” (con triste aderenza alla categoria individuata da Totò). Questi soggetti sono spesso legati alla criminalità organizzata, interessata a infiltrarsi nella filiera agroalimentare e deviarne i profitti.

Non è raro che i caporali siano connazionali dei lavoratori sfruttati, venendo percepiti per questo come punti di riferimento, più che come aguzzini. Per chi non parla italiano o non è in possesso di un permesso di soggiorno, ad esempio, possono rappresentare l’unica interfaccia con il datore di lavoro e con le istituzioni


In cambio di questi “servizi” però, gli intermediari trattengono parte dello stipendio dei braccianti, già nettamente inferiore rispetto a quanto previsto dai contratti nazionali.


I caporali non si fanno scrupoli a lucrare sulla disperazione dei lavoratori. Li costringono a risarcire il trasporto verso i campi (in furgoni sovraccarichi e dissestati), il cibo e l’acqua consumati durante il giorno (per prezzi superiori a quelli in commercio), e perfino l’affitto dei tuguri nei quali li obbligano a vivere.


Secondo le stime sarebbero almeno 100.000 i braccianti in Italia che vivono tra tendopoli, casolari dismessi o baracche ricavate da lamiere in eternit, senza accesso a acqua, gas, luce e servizi igienici.


Il reclutamento da parte dei caporali avviene in modo del tutto arbitrario. Spesso si concentra sui soggetti in stato di maggiore vulnerabilità economica, così da ridurre il rischio di una presa di coscienza sindacale o di ribellione.


Comparando la retribuzione dei braccianti in base al Paese di provenienza, emerge che sono proprio la debolezza e l’isolamento a consentire l’arricchimento di caporali e datori di lavoro. Se i membri delle comunità più radicate riescono a contrattare paghe in linea con i salari minimi nazionali, chi proviene dalle province più povere o da comunità insediatesi recentemente si trova costretto ad accettare qualunque condizione.


Lo sfruttamento lavorativo

Costretti a chiamare “padroni” i datori di lavoro, chinare la testa e rimanere in silenzio per non essere insultati o picchiati.


Per fare in modo che permanga il sentimento di sottomissione, i braccianti subiscono continue umiliazioni a livello fisico e psicologico, oltre che violazioni sistematiche dei loro diritti.

Le scarpe anti-infortunistiche sono a loro spese, così come i guanti, le ginocchiere e le altre protezioni indispensabili per chi rimane tutto il giorno a contatto con il terreno, esalando sostanze chimiche. L’attività nei campi non rispetta alcuna norma inerente alla salute e alla sicurezza dei dipendenti.

Vengono ignorate anche le tutele previste dalla legislazione del lavoro, dai contratti collettivi e da quelli lavorativi, nei rari casi in cui questi vengono conclusi.


L’attività di raccolta viene solitamente pagata a cottimo e prevede compensi di 3/4 euro per casse da centinaia di chili. I salari raramente superano i 30 euro, per giornate lavorative che vanno dalle 8 alle 14 ore. Nei casi di sfruttamento più gravi le paghe corrispondono a circa 1 euro l’ora.


Le trattenute illecite dal salario sono però la prassi: il datore di lavoro arriva ad accumulare decine di migliaia di euro di debiti con il lavoratore, promettendo di rendere quanto dovuto in un futuro che non arriva mai. Al contrario, può capitare che siano i braccianti a dover restituire buona parte della somma ricevuta, per pagare i contributi che comporta la loro assunzione regolare.


L’ammontare delle ore e dei giorni di lavoro retribuiti è a totale discrezionalità del datore di lavoro, e può distaccarsi notevolmente da quelli realmente effettuati.

Questa sorta di “delocalizzazione sul posto” consente un’ingente riduzione dei costi di produzione e favorisce l’arricchimento dell’azienda agricola sulle spalle dei lavoratori, trasformandoli in schiavi.



Clicca qui per leggere la seconda parte (https://www.into-it.online/post/lontani-dagli-occhi-donne-e-uomini-ridotti-in-schiavit%C3%B9-nelle-campagne-italiane-pt2e)