• Elisa Egidio

The Computer’s Gambit: Prodigio o bluff?

“In realtà ci sarebbe qualcuno che temo… Il russo” confessa Beth Harmon, la regina degli scacchi griffatissima protagonista dell’acclamata serie di Netflix. Lo spauracchio in questione è Borgov, campione mondiale in pectore dalla Russia con (poco) amore.

Nel 1967, al tramonto del decennio in cui si colloca la serie, scese in campo tuttavia un rivale ancora più temibile: Mac Hack VI, il primo programma per scacchi a disputare un torneo, ҫa va sans dire, per soli umani.


La strada era ormai aperta.

Nel 1996 a Philadelphia Garry Kimovic Kasparov, Grande Maestro a soli 22 anni, detentore del titolo dal 1985 al 2000, viene sconfitto da Deep Blue, creatura della Ibm in grado di analizzare 50 miliardi di mosse in tre minuti.


La regina degli scacchi stava per essere spodestata definitivamente dal nuovo pretendente al trono?

Un duello all’ultimo gambetto dall’esito tutt’altro che scontato…


“Il miglior giocatore di scacchi, il più lungimirante, non può prevedere che poche mosse: di un giocatore francese che ne sapeva prevedere dieci fu scritto che era un prodigio.” Ricorda Dostoevskij nell’Idiota.

Un computer ne può considerare invece miliardi alla volta. Un vantaggio, ma anche un’arma a doppio taglio. Il calcolo obbligato di tutte le possibili strategie comporta infatti un inutile dispendio di energie e non sempre è funzionale ad una visione globale della scacchiera.

Meglio piuttosto una selezione mirata delle linee di gioco più promettenti.


L’antropologo tedesco Arnold Gehlen definiva esonero la capacità peculiare dell’essere umano di non reagire a un dato stimolo, quale il profumo inebriante di un fiore, percepito invece da un’ape come imperativo di sopravvivenza.

Una cesoia che può essere utile anche durante un match per una scrematura delle tattiche di gioco.


Algoritmi e procedure di programmazione condannano inoltre il computer ad una sorta di determinismo: tale input, tale risposta.

Una pecca, questa, riscontrata nell’impostazione a libreria, che consiste in un repertorio di mosse standard spendibili per i primi turni, output di un’analisi combinata delle opzioni migliori in apertura.


Idem per la strategia bottom up, che consente di prefigurare i possibili scenari di fine partita. Una trovata ambiziosa, che concede però poco margine di manovra nella fase centrale della partita, dove la flessibilità e il controllo del centro possono fare davvero la differenza. Un’eccessiva sicurezza nelle aperture può essere inoltre minata da insolite innovazioni…

Ma c’è di più. Un programma per scacchi offre una prestazione coerente al livello per cui è stato progettato. Cosa che lo rende fin troppo prevedibile.

Nel gioco tra comuni mortali la situazione è più complessa. Illuminante in tal senso è La psicologia del giocatore di scacchi, saggio di Reuben Fine (1914-1993), scacchista e psicologo statunitense.


Nel confronto tra professionisti l’imprevisto è più l’eccezione che la regola o, talvolta, l’alibi di una sconfitta. Non sono però da escludere colpi di scena. Un dilettante particolarmente in forma può essere tanto pericoloso quanto quella “mezza dozzina di brocchi” che Bobby Fisher, primo statunitense ad aver ottenuto il primato, contava di stracciare al torneo interzonale di Portoroz in Slovenia (1958).


José Raul Capablanca (1888-1942), un fuoriclasse passato alla storia come il “robot degli scacchi”, commise invece degli svarioni imbarazzanti alla prima partita con il sovietico Alexander Alechin (1892-1946) e in altre occasioni.

Decisiva è in questi casi la manipolazione psicologica, che può celarsi anche dietro al gioco difensivo. Un’impostazione di tipo posizionale, basata sulla meticolosa, quasi ossessiva sistemazione dei pezzi sulla scacchiera, può portare l’avversario all’esasperazione.

Un’abitudine che, secondo un curioso aneddoto, avrebbe esposto Wilhelm Steinitz (1836-1900), noto come “il padre degli scacchi moderni”, al rischio di essere defenestrato dal britannico Joseph Blackburne.


Declinare l’invito agli incontri è un vero e proprio affronto all’orgoglio del contendente. Netto il rifiuto con cui Howard Staunton (1810-74), campione di scacchi e critico letterario, avrebbe addirittura scatenato la psicosi di Paul Morphy (1837-84) studiata dallo psichiatra Ernest Jones. Dopo aver sconfitto Capablanca al campionato del mondo di Buenos Aires (1927), Alechin non solo gli negò la rivincita, ma riuscì anche a sabotarne la partecipazione ai tornei fino al 1936.

Bobby Fisher (1943-2008) rimane il provocatore per eccellenza.

Una reputazione costruita attraverso i ritardi sistematici alle partite e, soprattutto, la capacità innata di disorientare psicologicamente l’avversario, di cui lo statunitense diede prova all’incontro di Reykjavìk (1972) contro il russo Boris Spassky.


Lasciamo dunque la malizia e le crisi di nervi agli animali da scacchiera, gli algoritmi, per quanto non del tutto ingenui, ai giocattoli della Silicon Valley.

Grandi pensatori come Charles Taylor e Martha Nussbaum ci insegnano che l’intelligenza non è solo puro calcolo: elasticità mentale, consapevolezza emotiva, sensibilità.


Cosa ne sanno poi i computer dell’ebbrezza di sentire i cavalli nitrire, i pedoni marciare, gli alfieri - o bishops (vescovi) nei paesi anglosassoni - lamentare una crisi di identità, la regina reclamare il proprio diritto di andare dove le pare anche senza green pass?


A questo mondo fantastico c’è una sola chiave d’accesso: l’immaginazione, considerata da Fine il filo rosso tra gli scacchi e le arti.

Al momento, salvo aggiornamenti, il cervello di silicio sta ancora cercando nel cassetto sbagliato…