• Diego Gasperotti

Unione Europea: bene i primi Eurobond. E ora?

Il successo della prima emissione di debito comunitario per finanziare l’ambizioso NextGenerationEU ha ridato fiato all’Unione, che sarà chiamata nei prossimi anni a scegliere quali strade percorrere per il suo futuro. Gli stessi Eurobond potrebbero costituire il primo passo per riprendere il processo di integrazione europea. In tutto ciò l’Italia potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale.

Lo scorso 15 giugno la Commissione europea ha emesso i primi titoli di debito comunitario destinati a finanziare il programma NextGenerationEU, l’ormai noto piano per la ripresa economica degli stati membri. L’emissione si è rivelata un successo: la domanda per il cosiddetto E-bond ha superato di sette volte l’offerta. Seguirà una lunga serie di operazioni simili, che dovrebbe portare a raccogliere nel complesso circa 800 miliardi di euro (a prezzi correnti) entro il 2026: si tratta della più grande emissione di debito nella storia dell’Unione.


‘Debito comunitario’ significa che i titoli emessi sono garantiti da tutti i Paesi membri, nessuno escluso: uno scenario impensabile prima della pandemia. Secondo alcuni osservatori (su tutti gli economisti Marcello Messori ed Elsa Fornero), se gli Eurobond divenissero strutturali, e non fossero quindi relegati a mera misura straordinaria, potrebbero spingere l’Unione verso un’ulteriore integrazione.


Messori e Fornero ritengono infatti che un debito europeo porterebbe come minimo a una politica fiscale comune ai partner continentali. Molto dipenderà però dai risultati che sapranno riportare i Paesi principali beneficiari del programma di finanziamento, che fungerà da test per il futuro.


È più o meno dalla crisi greca che periodicamente si parla della possibilità di creare dei bond europei, ma l’opposizione dei Paesi economicamente ‘virtuosi’ ha sempre fatto naufragare ogni iniziativa. La pandemia ha però cambiato le carte in tavola, e nonostante le difficoltà nelle trattative dell’anno scorso, la Commissione europea ha potuto procedere all’emissione dapprima di titoli destinati a finanziare il programma SURE (ideato per contrastare la disoccupazione causata dalla pandemia) e più di recente della prima tranche di bond su cui si reggerà il finanziamento del NextGenerationEU.


È opinione diffusa che vi siano dei problemi che affliggono l’Europa più o meno da sempre: su tutti, la ancora scarsa coesione economica interna e la debolezza politica delle istituzioni comunitarie. Molti degli avvenimenti più recenti hanno reso evidente soprattutto la seconda: dal dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius da parte della Bielorussia, alla vicenda che ha coinvolto Erdogan e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, costretta a seguire un incontro ufficiale con il leader turco sprovvista di sedia.


Il fatto che l’autorità delle istituzioni europee sia quantomeno “incerta” lo si evince anche da alcune questioni interne, quali le “insubordinazioni” di Ungheria e Polonia, resesi protagoniste negli ultimi anni di una serie di cambiamenti in senso sempre meno liberale dei loro Paesi. A tal riguardo la Commissione europea non ha avuto, suo malgrado, la forza di impedire che ciò avvenisse.


Per di più, nel contesto internazionale attuale, dove la competizione sembra riservata ai soli grandi attori (USA, Cina, Russia), persino i Paesi più importanti del continente esercitano inevitabilmente un ruolo secondario. Alcuni osservatori ritengono che le istituzioni europee potrebbero avere invece un peso politico maggiore all’interno delle dinamiche mondiali (cosa che al momento non hanno).

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Per questo da più parti si guarda agli Eurobond con favore: i titoli di debito comunitario sono visti infatti come la via più rapida per portare a una politica fiscale comune. Spendere e tassare insieme porterebbe maggiore coesione economica all’interno dell’Unione e sarebbe infine l’anticamera di una più forte integrazione dal punto di vista politico. Fatto questo che rafforzerebbe l’autorità delle istituzioni europee dentro e fuori dal continente.


Ad ogni modo, non si potrebbe attuare una centralizzazione della spesa senza una sorta di ministro dell’Economia dell’Unione. Altrettanto chiaro è che una simile figura dovrebbe essere dotata di accountability (no taxation without representation), e che dunque dovrebbe essere espressione di uno stato federale vero e proprio. Si tratterebbe in ogni caso di un processo lungo e difficile, come ha affermato in proposito lo stesso Presidente del consiglio italiano Mario Draghi.


Nonostante l’accordo trovato sui programmi NextGenerationEU e SURE, l’opposizione di Paesi come la Germania e l’Olanda a una maggiore integrazione fiscale sarà un ostacolo non facilmente superabile. Il timore di doversi fare garanti di cattive gestioni del denaro comunitario (specialmente di Paesi come l’Italia) è forte. In effetti, al Bundestag (il Parlamento federale tedesco) Angela Merkel si è affrettata a ribadire il carattere straordinario e di misura una tantum del NextGenerationEU. Allo stesso tempo però, il Presidente francese Emmanuel Macron e Mario Draghi spingono per una ripresa del cammino di integrazione europeo.


Diviene allora chiaro come sia necessario, per convincere gli scettici, che il Paese che più di tutti beneficia del programma di aiuti impieghi i fondi europei con efficacia, dando una buona prova di sé e rassicurando chi, non a torto, ne teme gli sperperi. In questo senso, il ruolo dell’Italia sarà cruciale.