• Diego Gasperotti

Il grano ucraino riparte. La crisi alimentare globale resta

Grazie al recente accordo tra Ucraina e Russia, sembra che il grano bloccato da mesi nei porti del Mar Nero possa tornare a circolare. Le prime navi sono salpate, anche se in qualche caso hanno dovuto affrontare degli inconvenienti. Se il patto regge potrà dare una grossa mano ai Paesi colpiti più gravemente dalla carenza di cibo. Infatti, il sistema alimentare globale manifesta alcune difficoltà già da qualche anno: l’aggressione russa all’Ucraina ha peggiorato la situazione.

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Alla fine di luglio, Russia e Ucraina hanno raggiunto un accordo per sbloccare il grano ucraino fermo da mesi nei porti del Mar Nero. Il patto avrà 120 giorni di validità, e durerà quindi sino a metà novembre. Al momento l’intesa, sponsorizzata tra gli altri da ONU e Turchia, sembra reggere. Questo nonostante i timori iniziali, dovuti anche a un bombardamento russo di Odessa a meno di 24 ore dall’accordo. Infine, le prime navi hanno cominciato a salpare.


Il patto prevede un corridoio marittimo lungo all’incirca 310 miglia

nautiche (1 miglio nautico = 1852 m) e largo 3. Gli ucraini scortano le navi cariche di grano al di fuori dei porti, consentendo loro di evitare le mine piazzate in tutto il Mar Nero nel corso della guerra. La Turchia è incaricata di ispezionare il carico trasportato, così da rassicurare la Russia contro un eventuale contrabbando di armi verso l’Ucraina.


Secondo l’indice dei prezzi alimentari della FAO, i costi di cereali e oli vegetali, rispetto al mese di giugno 2022 e in seguito all’accordo russo-ucraino, sono scesi rispettivamente del 19,2 e dell’11,5%. Rimangono comunque più alti (e non di poco) di quanto fossero nel 2021, nel medesimo periodo dell’anno. Il prezzo dei cereali, ad esempio, a luglio 2021 era il 16,6% più basso rispetto allo stesso mese del 2022.


Questo è dovuto in parte anche alle difficoltà che, nonostante l’accordo, ancora colpiscono l’export di grano dall’Ucraina. Secondo il Governo, nei primi giorni di agosto sono salpati (o sono stati trasportati via terra) all’incirca 948 milioni di tonnellate di grano. In quegli stessi giorni e l’anno scorso però, il Paese era riuscito a esportarne il doppio.


I problemi attuali derivano soprattutto dal senso di precarietà che circonda l’accordo: i proprietari delle navi temono che le loro imbarcazioni possano finire su una mina, o che vengano attaccate dai russi. Dall’invasione di febbraio, circa 20 milioni di tonnellate di grano sono rimasti bloccati in Ucraina. Accanto a questi, anche olio di semi di girasole (nel 2019 l’Ucraina dominava il settore con il 42% dell’export globale) e granturco. Tra i maggiori importatori di grano ucraino vi sono Egitto, Indonesia, Bangladesh, Turchia, Yemen, Marocco, Tunisia e Libia.


In Yemen il prezzo della farina, fra gennaio e maggio, è salito quindi del 42%, quello del pane del 25% e quello degli oli da cucina del 62,8%. In Siria il prezzo del pane è raddoppiato, e l’approvvigionamento di farina si è ridotto del 25% ad Aleppo, del 50% a Tafas e del 20% nel Governatorato di Damasco. In Libano, l’inflazione reale sul prezzo degli alimenti è addirittura al 122%. Secondo la Banca africana di sviluppo invece, l’aggressione russa all’Ucraina ha contribuito a una riduzione degli approvvigionamenti in Africa di all’incirca 30 milioni di tonnellate, e a un innalzamento medio dei prezzi alimentari del 40%.


D’altronde, sono ben 36 i Paesi che importano da Russia e Ucraina più della metà del grano che utilizzano. Per questo, le Nazioni Unite sono attualmente tra i maggiori acquirenti del grano ucraino, che poi spediscono nei Paesi a rischio carestia (come, ad esempio, l’Etiopia). Al momento, sono in tutto 60 gli Stati che stanno riscontrando delle difficoltà negli approvvigionamenti.

La sede dell’ONU a Ginevra.

Gli ostacoli imposti dalla guerra all’export ucraino (e in parte anche a quello russo) hanno esacerbato una crisi che in realtà era già in atto. Le restrizioni dovute alla pandemia, la crisi della supply chain, l’aumento dei costi dell’energia e la conseguente volatilità dei prezzi del cibo hanno già da qualche tempo posto una serie di ostacoli al sistema alimentare globale. A tutto ciò, si aggiungono ovviamente gli effetti del cambiamento climatico: siccità e ondate di calore anomale hanno infatti un impatto negativo sui raccolti.


Per di più, la produzione di grano quest’anno è destinata a calare per la prima volta negli ultimi 4 anni. Ciò avviene anche a causa dell’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, dovuto a sua volta all’aumento del costo del gas, verificatosi in questi mesi soprattutto in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. L’aggressione di Mosca, inoltre, ha causato una notevole riduzione della produzione alimentare di Kiev (e del terreno coltivabile): il grano ucraino raccolto quest’anno dovrebbe attestarsi attorno ai 50 milioni di tonnellate, contro gli 86 dell’anno scorso.


Secondo il Programma alimentare mondiale dell’ONU, circa 49 milioni di persone quest’anno potrebbero dover affrontare una carestia, o una condizione molto simile. Nella sola Africa Orientale, almeno 50 milioni di individui stanno già riscontrando notevoli difficoltà alimentari. In tutto il mondo, al momento, all’incirca 345 milioni di persone versano in uno stato di insicurezza alimentare acuta (nel 2019 erano 135).

Sede della FAO a Roma (This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license. PH: Scopritore)

L’accordo di Ucraina e Russia ha comunque contribuito a migliorare la situazione. I prezzi dei beni alimentari si sono abbassati, e il grano ucraino ha ricominciato a circolare in quantità apprezzabili, seppur ancora inferiori al periodo pre-invasione. Purtroppo il patto con la controparte russa, sebbene importante, è percepito ancora da molti come precario. Inoltre, si è verificato almeno un caso in cui il carico di una nave salpata in seguito all’intesa è stato rifiutato dall’acquirente, a causa del ritardo di svariati mesi nella consegna (l’ordine era avvenuto prima dell’invasione).


Ciò nonostante, il governo di Kiev promette di aumentare notevolmente le tonnellate trasportate nei prossimi mesi. Alcune iniziative sono state intraprese inoltre dalle Nazioni Unite, dalla Banca africana di sviluppo e singolarmente da Francia e Germania. I Paesi del G7 hanno recentemente dichiarato di voler spendere almeno 4,3 miliardi di dollari per contrastare la crisi. Inoltre, la Presidenza tedesca del G7 e la Banca Mondiale hanno deciso di dar vita alla Global Alliance for Food Security (GAFS), per coordinare le azioni da intraprendere e per utilizzare al meglio i fondi raccolti.


Sebbene da più parti vi sia il timore che la crisi alimentare globale possa durare addirittura qualche anno (e forse pure peggiorare), è lecito attendersi quantomeno degli effetti positivi da queste iniziative.