• Matteo Gibellini

L'altra faccia della pandemia: musica sotto processo nella Turchia di Erdogan (PT1)

Grup Yorum sotto accusa. Il sacrificio di Bӧlek, Gokçek e Koçak.



In tempo di pandemia abbiamo assistito ad una vera e propria desertificazione della cultura. Se in Italia i musicisti (e non solo) hanno vissuto la frustrazione nel non calcare il palcoscenico per tanto tempo, in alcuni Paesi come la Turchia c’è chi si è ritrovato per anni e anni a non poter più suonare. Non per una pandemia, ma bensì a causa di continue censure operate dal governo.

È il caso dei Grup Yorum, una band musicale turca ispirata agli Inti-Illimani. Il gruppo è stato perseguitato per anni dal governo turco per i suoi testi impegnati e contraddistinti dai toni della protesta, non violenta ma pacifica, quella fatta con indole artistica e intelletto.


Le pressioni sono iniziate nel 2015, quando il governo di Erdogan firma un’ordinanza nei confronti della band, vietando loro di tenere concerti: prende avvio un’escalation di arresti e sequestri dei componenti del gruppo. Ma è proprio nel bel mezzo della pandemia, quando l’Italia si trova a fare i conti con il primo lockdown, che alcuni membri di Grup Yorum pagano con la vita questa repressione, attirando l’attenzione dei media internazionali a seguito di un lungo periodo di silenzio.

Entrambi 28enni, la cantante e attivista turca (di origine curda) Helin Bӧlek e il suo collega Mustafa Koçak vanno inevitabilmente contro alla morte nell’aprile 2020, rispettivamente dopo 228 e 288 giorni di sciopero della fame. A seguire, il 4 maggio il 40enne Ibrahim Gӧkçek, bassista del gruppo, viene trasportato in ospedale in gravissime condizioni dopo 323 giorni di digiuno. Il governo turco si è quindi ritrovato costretto a revocare il divieto di fare concerti per evitare che la notizia potesse avere risonanza nella stampa estera in caso di una sua dipartita. Gokçek ha così interrotto lo sciopero, annunciando la (semi-)vittoria di questa lunga battaglia, ma vani sono stati gli sforzi per salvarlo perché troppo debole. Solo dopo due giorni è venuto a mancare.

Una notizia che fa il giro del mondo assieme a quella foto, scattata un mese prima, che ritrae Gokçek al cospetto della salma di Bӧlek, mentre stringe tra le braccia l’immagine del viso della cantante. Si sono mostrati al mondo deperiti e straziati dalla tracotanza di un potere ambiguo, quello di Erdogan che porge la mano all’Europa ma ne rifiuta i princìpi sulla quale si fonda.

Grup Yorum è un gruppo musicale che costituisce un punto di riferimento nell’ambito della musica di protesta turca con 20 album realizzati, 2 milioni di dischi venduti, concerti e tournée in diversi Paesi. Nel 2015 iniziano i guai giudiziari e i raid della polizia nell’Idil Kültür Merkezi, il centro culturale nel quartiere di Okmeydani, un’area di Istanbul da sempre antigovernativa, dove i musicisti spesso si esibiscono o provano i loro pezzi.

Bӧlek e Gokçek sono diventati i simboli di resistenza quando hanno scelto di avviare lo sciopero della fame nel maggio 2019, avanzando le seguenti richieste: “la scarcerazione immediata di tutti i membri del gruppo in stato di detenzione, l’annullamento del mandato di cattura dei membri non incarcerati, la fine delle irruzioni della polizia nel centro culturale Idil e l’annullamento del divieto di esibizione per il gruppo (...)”.

Una scelta molto difficile, conseguenza anche del loro arresto. Lei incarcerata il 23 febbraio del 2018, lui il 4 marzo del 2019. L’imputazione per entrambi era di appartenenza o sostegno al Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp-C), un’organizzazione armata di estrema sinistra considerata terrorista non solo dalla Turchia, ma anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Uno stato d’accusa che pende attualmente su molti membri di Grup Yorum, causa del loro arresto e del sequestro di dischi e strumenti musicali. Ad oggi nulla è stato però mai provato. Una situazione diventata tanto insostenibile da spingere Bӧlek e Gokçek ad andare oltre al digiuno, pagando questa protesta con la vita.

“Mi hanno tolto il basso per esprimermi, uso il mio corpo come strumento”, aveva detto Gokçek, aggiungendo che nelle loro canzoni si parla soprattutto di “minatori costretti a lavorare sottoterra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono”.