• Lisa Pontoni

“La mia voce suona” Intervista ad Albert Hera

Aggiornamento: 11 giu

Cosa significa essere un narratore di suoni? Ce lo racconta Albert Hera, artista visionario e ricercatore vocale che ama definirsi un Sound Teller. La sua musica ci trasporta in un mondo fatto di suoni, emozioni e ricordi ancestrali che non possono essere espressi a parole.

“La mia voce suona, narra i suoni della mia voce e della mia esistenza. Attinge alla realtà dell’uomo prima di una forma espressiva di codifica di un significato, quando il suono era l’unico mezzo per esprimere un messaggio. Un linguaggio che oltrepassa le barriere della comunicazione.”

Domenica 12 giugno Albert Hera porterà il suo spettacolo CircleLand al Mart di Rovereto, un evento voluto da Tempora ODV in occasione del Festival Agenda 2030.


In attesa di ascoltarlo a Rovereto, abbiamo parlato con lui del suo percorso artistico, dei suoi progetti e, ovviamente, di Circle Singing (o canto circolare) l’arte che l’ha reso famoso a livello internazionale.


Partiamo dal principio, come è nata la tua passione per la musica? Quand’è che hai deciso che questa sarebbe stata la tua strada?

Mi sono avvicinato alla musica non come cantante ma come musicista, nel mio caso la gemma iniziale è stato il sassofono. A 14 anni frequentavo le ragionerie e allo stesso tempo coltivavo la passione per la musica. Mentre i miei compagni si divertivano andando in discoteca e in motorino, io avevo il sassofono.


Mi dividevo tra la scuola e i concerti (mi esibivo con una band di musica da ballo) e ad un certo punto ho preso la decisione di abbandonare la scuola per dedicarmi esclusivamente alla musica.


Dentro di me sentivo che la musica era uno strumento necessario per la mia esistenza, un mezzo che mi portava a comunicare me stesso in un altro modo. Era funzionale per il mio benessere e allo stesso tempo poteva essere un lavoro. Si dice che la migliore soluzione sia quella di fare un lavoro che ti piace… Che dire, sono stato fortunato.

PH Riccardo Piccirilo

Poi arriva la scoperta della voce e comincia un nuovo percorso musicale grazie al canto.

L'incontro con la voce è avvenuto per caso, quando il mio maestro d'orchestra mi chiese di sostituire un cantante del coro. Chiaramente all’inizio non è stato facile, ricordo la sofferenza delle prime lezioni in salita.


Come ho scritto anche nel mio libro prossimo in uscita dedicato alla voce, il talento è soprattutto un’attitudine. Senza perseveranza, volontà, credo, energia e disciplina non si possono ottenere risultati.

Il canto mi dà la capacità di comprendermi, di tirare fuori le emozioni in modo diverso. La voce è per me uno strumento trasversale, che raggiunge le persone sotto tanti aspetti, non solo in forma ludica e performativa.

Rende la mia vita meno monotona e riesce a dare al mio quotidiano quella punta di retrogusto misterioso. Il mio è un lavoro evolutivo, fatto di imprevisti, a partire dal fatto che ogni giorno ti alzi e non sai se la voce risponderà, a differenza di uno strumento.


Abbiamo parlato della grande valenza comunicativa della voce, infatti tu ti definisci un “narratore di suoni”. Che cosa significa, cosa cerchi di raccontare attraverso la musica?

Nella progettazione del mio percorso artistico mi sono delineato partendo dalla realtà dell’uomo e dalla prima forma di comunicazione ancestrale.

Il suono precede la parola e porta un messaggio che può essere compreso in ogni luogo.


Al suo interno si trovano mille sfaccettature di interpretazione sviluppando una sorta di neolinguaggio. Nei miei concerti diamo vita ad un flusso esperienziale - passami il termine - alla Joyce. Una musica che vive nel momento stesso e nel luogo in cui siamo. In quest’arte posso dire che non c’è niente di pensato e tanto di narrato.


Restando in tema di neolinguaggi, ci spieghi che cos’è il Circle Singing, l’arte che ti ha reso famoso?

La forma musicale del Circle Singing esiste da sempre, ma in questa società abbiamo perso la forma circolare che ci mette in relazione con gli altri.

E’ un atto che risale a migliaia di anni fa, al periodo delle tribù: alla guida del cerchio - al centro - troviamo il facilitatore, la figura di riferimento che conduce il gruppo verso l’obiettivo che a seconda può essere l’apprendimento, l’esperienza ludica oppure la ricerca del benessere.


Cantare in cerchio annulla le differenze tra chi è bravo e chi meno bravo, conta solo l’ energia che scaturisce dallo stare insieme.


L'improvvisazione assume un ruolo centrale.

Attraverso la pratica dell’improvvisazione si riscopre l’unicità del gruppo. Non c’è una partitura ma ci si lascia guidare dalla Call Response, la risposta del cerchio, che stimola i sensi, la memoria, l’ascolto, la coordinazione e la body percussion.


Nel corso della tua carriera è stato fondamentale l’incontro con Bobby McFerrin, con cui hai collaborato nella sua opera improvvisata “Bobble” e nell’album VOCAbuLarieS, definito uno dei più grandi capolavori di musica corale del 21° secolo.

E’ vero, Bobby McFerrin è stato il mio mentore, ha cambiato la mia vita a 360 gradi, a livello esperienziale, di mission e di vision. Con Bobby c’è stata un’esperienza fantastica a New York che mi ha permesso di comprendere un'area del jazz, quella corale, che in pochi conoscono.


Poi nel 2009 ho avuto la possibilità di seguirlo in tour e di approfondire la pratica del Circle Singing. Oggi ho una mia identità, ormai faccio musica da quarant'anni, ma importante citare i maestri che hanno ci hanno indicato la strada, una cosa che gli artisti dovrebbero fare di più.


Questa pratica dunque richiede una preparazione specifica? Oppure è adatta anche ai principianti?

No, non è necessario un livello di preparazione specifico.

Il cerchio è fatto per creare unità, se vogliamo rappresenta una bellissima forma democratica.

Si tratta di un concerto esperienziale dove non esiste il confine tra il palco e gli spettatori. Il pubblico è chiamato a partecipare e non va a casa senza aver cantato.

E per chi invece ha già esperienza come musicista? Quali sono i vantaggi?

Aprire il canale della voce è vitale per tutti i musicisti secondo diversi aspetti: migliora la capacità di comunicare e permette di sperimentare la sensazione di produrre un suono sempre diverso, rispetto ad un normale strumento.

Il canto spinge ad allontanarsi dalla ricerca della perfezione di un suono per cogliere la bellezza nell’imperfezione.


Sicuramente la tecnica del Circle Singing è molto diversa dal metodo didattico che si studia nei Conservatori. Credi che un giorno entrerà a far parte della formazione accademica?

Su questo aspetto c’è ancora tanta strada da fare per riformulare i percorsi didattici.

A questo proposito sono riuscito ad attivare un corso di Alta Formazione all’Università Alma Mater di Bologna chiamato Circle Singing Educational che l’anno scorso ha formato 18 cantori che oggi portano Circle Singing nel mondo.


Spero che in futuro ci sia la possibilità di far conoscere il Circle Singing anche all'interno dei Conservatori . Sono un sognatore, proietto e traduco alle persone questa mia visione e la capacità di non fermarci a quello che viviamo e quello siamo.


A proposito di sogni, vuoi dirci quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Attualmente porto avanti un grande progetto europeo dedicato all'Alzheimer che mi lega particolarmente alle città di Trento e Ancona.


Qui, la filosofia della voce si mette al servizio di chi soffre di questa patologia e abbiamo in progetto di estenderlo anche fuori dai confini italiani, in Portogallo e in Romania.


Attualmente porto i miei concerti e i seminari in Italia e all’estero. Ad ottobre prossimo uscirà un romanzo scritto a due mani dal titolo Salvation, ambientato nel futuro dove l'uomo si salva grazie al canto, e un giorno vorrei realizzare ed orchestrare un musical.


Insomma, ci sono tantissime cose che voglio fare ancora e sono sempre in costante ricerca di evoluzione.